9.9.2026 – La Mostra riscopre l’autorialità italiana come perno di un cinema europeo che può fare a meno di Hollywood

Dal 2 al 12 settembre Venezia ritrova la Mostra del Cinema giunta alla sua 83ª edizione. 

Ecco il cinema, si potrebbe dire guardando al Lido, alle sue splendide sale e al tappeto rosso: nulla di ciò che muove lo schermo non può prescindere dal passaggio veneziano. Anche chi manca all’annuale rito lagunare spesso è assente per esserci, un po’ come si domanda Michele Apicella, alias filmico di Moretti nel suo Ecce Bombo del 1978: «Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?». Così Hollywood, che quest’anno pare di lato, si vede in controluce, attraverso le star comunque sbarcate all’Excelsior, i film non presenti, la selezione alternativa.

D’altro canto Venezia non ha nulla in comune con gli altri eventi festivalieri: è innanzitutto Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, l’unica invero; è la prima ad aver introdotto la dimensione competitiva dei film e i suoi riconoscimenti; è la sola a coincidere totalmente con il luogo che la identifica, persino se la sua sede effettiva è “distaccata” da esso (il Lido). 

In un’epoca in cui il cinema rischia di ridursi a contenuto volatile, a flusso continuo incolore, a prodotto privo di spessore, il Lido resta un luogo diverso, un’isola felice dove l’opera conserva poderosità e si immagina ancora come evento collettivo. 

Guardare un film al Lido non ha nulla a che fare con il vederlo al cinema (qualora dovesse giungervi), in Biennale la proiezione acquisisce un livello di fruizione corale partecipata e consapevole che accende la percezione e amplia l’esperienza rendendola viva ed irreplicabile.  

E la direzione di Alberto Barbera ha nel tempo consolidato questa linea: Venezia resta più che mai luogo di consacrazione autoriale e spazio di indagine critica sul futuro dell’audiovisivo pur senza rinunciare alla frivolezza glamour della grande tradizione divistica e ad un red carpet che fa il giro del mondo. 

In un panorama festivaliero sempre più omologato, il Lido prova a tenere insieme due dimensioni che altrove tendono a separarsi: lo spettacolo puro e l’attenzione sul cinema espressione artistica. 

Il Concorso, con 21 film in gara per il Leone d’oro, è la mappa dell’autorialità contemporanea: accanto al film d’apertura Ink di Danny Boyle, importante riflessione sul tabloid come mezzo di progressiva spettacolarizzazione del giornalismo, la selezione mette in fila maestri riconosciuti – Herzog, Tsukamoto – e autori di grande risonanza internazionale come McDonagh.

INK. Jack OConnell as Lamb in Ink. Anthony Dickenson © 2026.

Nomi che sono una scelta di campo precisa sul tipo di cinema che la Mostra vuole sostenere. 

Ma il vero dato singolare di questa Venezia 83 è la massiccia presenza italiana: solo in concorso ci sono ben cinque film prodotti nel nostro paese che spostano vistosamente il baricentro della Mostra. 

Moretti, attesissimo, torna a Venezia a distanza di trentasette anni da Palombella Rossa con Succederà questa notte, adattando nuovamente Eshkol Nevo, dopo il tiepido Tre Piani. 


Un film sui legami e gli incontri mancati nel tempo che scorre. Accanto a lui Bechis con Ritorno a Buenos Aires, Pallaoro con The Echo Chamber, De Angelis con Il fuoco che ti porti dentro e Strippoli con L’estranea a conferma che il cinema italiano ha ritrovato vitalità in una dimensione di ricerca che non teme di accogliere e rielaborare le suggestioni di genere. L’Italia diviene così de facto il perno di un’alternativa europea che guarda oltre Hollywood.


Se il Concorso è misura del presente autoriale, Orizzonti e le sezioni parallele provano a intravederne il futuro. 

L’apertura con La ragazza con la Leica di Alina Marazzi traccia la rotta di un cinema di sguardi e di memoria. Titoli come Moragheb (Falling House) o Too Much Sugar mostrano un linguaggio visivo ibrido che fluttua nella realtà documentaria incrociando le nuove forme della narrazione.

Venice Open, fuori dalla competizione, è libero di muoversi fra titoli evento e serialità sperimentali tracciando vie narrative non solcate, accogliendo formati a differente densità, uno su tutti il monumentale documentario di sei ore di Guadagnino Joie de vivre sulla vita e l’opera di Bernardo Bertolucci.

Completano il quadro Venezia Spotlight e le sezioni parallele SIC e Giornate degli Autori, due enclave cinefile di assoluto primo piano che privilegiano la scoperta e la libertà espressiva e si muovono fra opere prime e seconde, titoli di nicchia, restauri e incontri. Un composito ecosistema d’arte e trasmissione del sapere in cui convergono film, critica e pubblico.

La Mostra del cinema di Venezia, dunque, prima della sua stessa liturgia, delle polemiche inevitabili, dei flash dei fotografi e delle folle di fan assiepati, è il rito del cinema-arte che si consacra nel buio delle sale più prestigiose di tutte e nell’attenzione silente di una collettività che non ha bisogno di interagire per riconoscersi.

Venezia è il film per eccellenza, non c’è film senza Venezia.

Simon

Tutti i diritti sono riservati. Le fotografie sono utilizzate esclusivamente a fini editoriali e sono state gentilmente concesse dall’Ufficio Stampa della Mostra del Cinema di Venezia.