23.01.2026 – Un Certain regard per Sossai alla prova seconda: tre pietre d’inciampo sulla strada veneta in un canto dell’imperfezione nostalgico e notturno

Le Città di Pianura di Francesco Sossai

102’ Italia, 2025

Festival: Cannes 2025 (Un Certain Regard) | TIFF 2025

PREMIO SNCCI 2025

Miglior Film Italiano

Trieste Film Festival 2026

IN CONCORSO

Sudestival 2026 – Monopoli – Teatro Radar

Venerdì 31 gennaio, ore 18:00

Presente l’attore

Pierpaolo Capovilla

Voto: ★★★☆☆  7.0/10

Le tinte che rifiutano di imporsi agli sguardi vivono di toni indecisi, sfumati, indefinibili.

Spettri di tenuità naturalissima e singolare che illuminano specularmente l’unicità delle esistenze vive e respirano solo nel superamento della cinta muraria borghese alla ricerca di un senso ultimo e primo di tutte le cose, che riposa nell’infinitamente piccolo e sussume l’infinitamente grande.

Il cosmo di Sossai e delle sue Città di Pianura, film rivelazione del 2025, presentato a Cannes ed al Toronto Film Festival, ruota tutto attorno ad un Veneto attonito e sommesso che torna alla territorialità come ontologia, alle origini come apicalità della consapevolezza.

La fotografia è poetica d’abbozzo che trasla il rigore del bianco e nero su una cromia palustre e desaturata di profondità chiaroscurale.  

Il controcanto ad una normalità ab externo diviene così linea narrativa ed opposizione sostanziale alla severità di un vissuto per procura che si nutre di sola facciata e pasce nel vacuum di una non partecipazione effettiva al simposio dell’esistenza.

Un inganno a cui si sottraggono  Carlobianchi e Doriano, due cinquantenni interpretati da Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla, che hanno piegato il Chronos al proprio scorrere nell’infinita ricerca di quell’anelito di vita che motiva il loro stare al mondo.

Come in Beckett l’attesa per l’attesa è metafora reiterata e dilatata della consumazione impercepita del tempo, così in Sossai il vagare è scandito dalla perpetua ricerca di un bicchiere della staffa che non arriva mai, neppure al termine della notte, forse in opposizione alla caducità umana, sicuramente per protrarre a divinis il tracciato di un percorso che non insegue alcuna destinazione ma si sostanzia nella strada stessa. 

Un errare randagio e sbilenco che incrocia la sera lagunare e con essa la differente alterità di Giulio, interpretato da Filippo Scotti, un giovane studente di architettura che guarda al suo mondo universitario con la stessa distanza compassata e sardonica con cui i due protagonisti osservano il loro palcoscenico esistenziale. 

Un sodalizio impossibile che si salda di soppiatto nella comune avversione a una temporalità  anti analogica e spersonalizzata, povera di vera forza rappresentativa. 

Il viaggio diviene osmosi d’attese  e rilettura melanconica di un passato mai trascorso o mai vissuto che (ri)affiora con pacatezza compunta e austera nelle trame di un ambiente ieratico e silente. Il ricordo è strumento di resistenza al declino ed iterazione di uno stato di perenne giovinezza che ormai non ha più senso interrompere(“siamo troppo vecchi per crescere”).

Sossai descrive senza forzature la rarità di figure terrestri di puro dissesto, fieramente sconnesse e stonate, ed echeggia esteticamente la bolla d’atmosfera  tipica del racconto kaurismäkiano (penso a Nuvole in viaggio o Vita da Bohème tra gli altri) calando però i suoi personaggi in una realtà filmica tutta italiana che sembra proseguire la lezione del compianto Mazzacurati (anche simbolicamente evocato da Roberto Citran nel cameo iniziale). Carlobianchi e Doriano sono  esatta incarnazione di una lateralità umana che opta per l’antiperfezione, che eleva il margine e l’erroneo a canone vitale respingendo lo stigma sino farne vessillo.

Tutto è raffigurazione sublime di un umano in perdita per l’occhio comune: uno slow motion emotivo che cavalca il valore fondativo della nostalgia come porta di verità interiore. Anche Genio (interpretato da Antonio Pennacchi) è eminenza grigia di uno stesso passato opaco che non scorre via – figlio della crisi economica del 2008 – e pervade lo schermo in assenza-presenza di sé.

Il suo ritorno a casa dopo anni di fuga è forma e pretesto per la ricerca di un bottino materiale che diviene metafisica. Giulio, prima osservatore distratto e sottilmente giudicante, stempera la sua riottosità attraverso la graduale convergenza degli sguardi nell’orizzonte retroflesso dei suoi improbabili compagni, che diviene foce e slancio per la sua strada.  

Una route di atmosfere folk-western che porta Kerouac e il Guthrie di “This land is your land” sulla Marca Trevigiana rurale, primaria, materica attraverso una dimensione ambientale dai dettagli soffusi che restituisce in esterno giorno l’intimità crepuscolare dei passeggeri notturnali. 

La consonanza fisica dei taciturni pianali con l’austerità dell’animo in transito si fa apoteosi di riflessione visiva nel capolinea di rigoroso post-brutalismo zen della Tomba Brion.

Sossai lascia l’ultima parola alla plumbea essenzialità delle linee e delle curve scarpiane, scabre e magniloquenti allo stesso tempo, che traducono in possanza cementizia e meditativa la naturalezza di animi che si lasciano vivere senza forzare la mano, che accettano la grammatica scomposta dell’esistenza.

Simon