10.11.2025 – Besson inietta di minuzie visive glamour e ridondanti il mito gotico di Stoker, in un Coppola ad una dimensione virando dal rosso al rosa in una esasperazione di ricerca estetica che lascia sullo sfondo il narrato.

Voto: **

Il cinema di Besson è da sempre commistione sincronica di  disparati impulsi filmici in un missaggio disequilibrato di alto e basso, citazionismo e muscolarità, attenzione alle attese e ricerca cinefila, e Dracula non fa eccezione. D’altro canto la storia è talmente nota da farsi topos e il distinguo non può che riposare nei dettagli. La storia del principe Vladimir è dilatata temporalmente, narrata dal principio della sua condanna alla vita, e segue il peregrinare del leucofago nei secoli sino all’epoca moderna alla ricerca del suo amore perduto, la principessa Elisabetta.

Il tormento del non morto per antonomasia, maledetto per amore, è spogliato da ogni intellettualismo, rifugge da qualsivoglia sottotesto sociale, al contrario del trattetteggio vittoriano dell’originale letterario di Stoker, e giunge al rosa attraverso il rosso in una operazione di abbandono del pathos e dell’angoscia in favore della dimensione romantica che depotenzia qualsivoglia portato orrorifico per giungere ad un intrattenimento di scuola. 

Anche il piano del visivo rimanda, echeggia e connette ad eponimi (Nosferatu su tutti per la dimensione necromantica della raffigurazione) senza restituire però alcuno spessore contenutistico al barocco fenomenico. 

L’incedere del racconto, suddiviso ampollosamente in tre atti, rincorre l’idea epica della saga attraverso raffigurazioni belliche, ricostruzioni goth chic, nemesi catartiche che seguono  l’imperituro tormento d’amore del protagonista, un Caleb Landry Jones che ha senza altro le fisique di role ma non sconvolge affatto chi guarda. Al pari corretta filologicamente ma senza slanci d’immedesimazione la performance di Zoë Bleu, nei panni di Mina/Elisabetta. Un solido e perfettamente in parte Christoph Waltz nelle vesti rigorose del prete antagonista non soccorre del tutto ma accentua i richiami cinematografici operati da Besson includendo in modo sillente anche Tarantino nel novero degli tributi.

Tutto è glamour e orgogliosamente pop senza misura come certa serialità d’effetto. La confezione non conosce carenze:  sovrabbonda in una apoteosi di chiaroscuri prodighi di dettagli e minuzie pleonastiche in cui a trionfare è la ricchezza visiva che colma l’occhio di chi osserva, quasi a voler compensare la scelta autoriale di rinunciare alla dimensionalità introspettiva.

L’estetica omaggia il cinema di genere e non, uno su tutti  l’indimenticabile capolavoro di Coppola ma se ne distingue per atmosfere e toni che in questo caso scelgono il disimpegno di un romanzo d’appendice.  Naturalmente Besson è un maestro e dunque tutto il suo universo è fotograficamente ineccepibile, a dir poco perfetto nella messinscena con riprese coinvolgenti, campi, controcampi,  ampie carrellate, estetica dinamica e un pizzico di orrore del tutto depotenziato.

Dracula è la convergenza afona del suo intero immaginario. C’è la ricostruzione da racconto storico di Giovanna D’Arco, la sfera favolistica di Adele ed Arthur, molto meno la caratterizzazione peculiare de Il Quinto Elemento o lo status di Cult di Leon o Nikita. Ciò che risulta mancare maggiormente, però, è l’anima dell’intero racconto che tradisce una sorta di artificiosità del prodotto, di stupefacente maestria tecnica, ma che non trascina lo spettatore fino in fondo né nel gorgo della paura né nella malia dell’amore maudit. In sostanza la tecnica, il montaggio serrato, la volontà ultranarrativa e pletorica sovrasta e annulla ogni prospettiva emotiva. Esemplare in questo senso è il primo incontro fra Victor e Mina non ancora Elisabetta che pur calibrata nei tempi e negli stacchi si perde nella cornice e non coinvolge intimamente lo spettatore.

Anche lo scontro conclusivo si inabissa fra le polveri della deflagrazione senza giungere significativamente al cuore del racconto come se le immagini non comunicassero realmente il caos che mostrano. Uno splendido esercizio di regia che rimane fine a se stesso ed esanime poiché nel tentativo di seguire il puro intrattenimento finisce, ahi noi, per non intrattenere davvero. E’ in un certo senso una perfetta metafora in forma filmica della poderosità fittizia del contemporaneo in perenne sospensione fra il pieno delle forme e l’assoluta evanescenza di contenuto. Si sarebbe dunque potuto optare per una via mediata che attenuasse il didascalismo visuale per rappresentare la ricchezza interiore per sottrazione ma si è scelta l’esplicitazione estetica tout court.

Dracula di Besson tradisce le attese e vampirizza ogni stilema cinematografico perdendosi nei rivoli del perfezionismo di cesello. 

Simon

Cibema