2.07.2026 – La musica come linguaggio della memoria, forma di resistenza e strumento di ascolto attraversa le pagine di Speranza, il nuovo romanzo di Irene Gianeselli, pubblicato da Giuntina con il sostegno del MiC e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea”.
Ambientato a Roma, tra le strade e le suggestioni del Quartiere Ebraico, il romanzo racconta l’incontro tra Nora, giovane pianista inquieta e sensibile, e Leone, psichiatra ebreo di mezza età, custode di una memoria storica che continua a interrogare il presente. Attraverso il loro dialogo, fatto di parole, silenzi e reciproco ascolto, prende forma una riflessione profonda sul rapporto tra identità, storia e responsabilità.
In Speranza la musica non è soltanto una caratteristica della protagonista, ma una presenza costante che struttura il racconto. È il luogo in cui si depositano le emozioni, la memoria e le ferite collettive; è una vibrazione che attraversa il tempo, mettendo in relazione generazioni diverse e trasformandosi in testimonianza. Per Nora, la musica rappresenta un modo di abitare la fragilità del presente; per il lettore diventa una chiave di accesso a una narrazione che intreccia intimità e storia, desiderio e coscienza civile.
Come nasce l’idea di Speranza e quale esigenza narrativa l’ha spinta a scrivere questo romanzo?
La storia di Speranza l’avevo in mente da diversi anni. Nel 2024 è arrivata una proposta della Casa Editrice Giuntina: raccontare una storia capace di confrontarsi con il presente e con le sue contraddizioni. Ho accettato subito, perché sentivo il bisogno di prendere posizione rispetto a ciò che stava accadendo.
Non è stato facile scrivere questo romanzo. La prima domanda che mi sono posta è stata: non sono ebrea, non sono palestinese, con che diritto posso raccontare questa storia? Mentre concludevo l’ultima stesura, la violenza contro Gaza e la Cisgiordania si faceva sempre più feroce e sentivo il peso di questa responsabilità.
Poi ho incontrato Speranza, nel Quartiere Ebraico di Roma. Era una delle ultime sopravvissute ai rastrellamenti del 16 ottobre 1943. Mi ha raccontato la sua storia e mi ha chiesto di raccontarla a mia volta. È stata, ed è tuttora per me, “la donna più bella del mondo”: una donna che ha conosciuto il male, ma che non ha mai smesso di operare per il bene.
Solo di recente ho scoperto che Tikvàh, “speranza” in ebraico, deriva da una radice che significa non soltanto sperare, ma anche raccogliersi. Nel libro di Giosuè, inoltre, Tikvàh significa anche “filo”. Mi è sembrata una coincidenza straordinaria: volevo che questo romanzo fosse proprio questo, un filo teso verso la possibilità di ritrovarsi.
Il titolo richiama immediatamente un sentimento universale.
Che significato assume la speranza all’interno della storia e per i suoi protagonisti?
Nel romanzo Speranza coincide con Resistenza, con la R maiuscola.
Mentre scrivevo il libro sono stata ad Assisi, alla Pro Civitate Christiana, per un convegno dedicato a Pier Paolo Pasolini. Conoscevo bene il rapporto di Pasolini con quel luogo e ricordavo la sua posizione del 1971, quando disse a Enzo Biagi: «La parola speranza è completamente cancellata dal mio vocabolario». Continuava a lottare per verità parziali, giorno dopo giorno, senza affidarsi a consolazioni o illusioni.
Ad Assisi, però, mi sono imbattuta in un testo che non conoscevo: l’intervento che Pasolini tenne lì nel 1965, durante un convegno sull’inquietudine e la speranza nella letteratura contemporanea. In quelle pagine arrivava a una definizione che mi ha colpita profondamente: la speranza, per lui, coincideva con la ragione. Non una ragione astratta, positivista o borghese, ma una ragione aperta, umana, capace di comprendere la complessità dell’esperienza senza rinunciare alla responsabilità morale e politica.
Quando ho letto quelle parole ho capito di avere trovato il titolo del romanzo.
La mia idea di speranza nasce da lì, ma prende una direzione personale. Per me la speranza coincide con la ragione quando la ragione coincide con la Resistenza: la capacità di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, di opporsi alla violenza, all’indifferenza e alla sopraffazione anche quando farlo è difficile o impopolare. Non è un’attesa passiva e non è una consolazione. È un atto umano, una forma di responsabilità verso sé stessi e verso la propria comunità.
Forse è un’idea di speranza paradossale, persino ossimorica, in piena sineciosi e in diaspora. Ma viviamo in un tempo che sembra parlare soltanto attraverso slogan consumati e semplificazioni volgari. Per questo mi interessa una speranza che non addolcisca la realtà, ma che aiuti ad attraversarla con lucidità, coraggio e senso della giustizia.
Irene Gianeselli
Pianista diplomata al Conservatorio “Niccolò Piccinni” di Bari e cantautrice, Irene Gianeselli intreccia nella sua attività artistica letteratura e musica. Questa dimensione emerge con particolare intensità in Speranza, dove il suono diventa metafora della relazione umana e della possibilità di continuare a cercare senso anche nei momenti più difficili della storia contemporanea.
Irene Gianeselli è stata assegnista di Ricerca in Psicometria presso la Libera Università di Bolzano (Facoltà di Scienze della Formazione). Ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze delle Relazioni Umane, con specializzazione in Psicologia presso l’Università di Bari “Aldo Moro”. La sua attività scientifica integra psicometria, pedagogia e arti performative, con particolare attenzione all’educazione inclusiva, alla formazione metacognitiva e all’apprendimento trasformativo. È autrice di numerose monografie e articoli scientifici e partecipa regolarmente a convegni internazionali.
Pianista diplomata al Conservatorio “N. Piccinni” di Bari, ha esordito come cantautrice con Cuore Antico (2025), concept album che accompagna il romanzo Tutta stesa sul mare (Les Flâneurs Edizioni, 2025), vincitore del Premio Ludovica Castelli 2025. Giornalista e critica cinematografica del SNCCI, ha scritto e diretto cortometraggi premiati in festival nazionali e internazionali e selezionati per il Premio David di Donatello.
Fabia Tonazzi
