1.11.2025 – La Festa del cinema nel suo ventennale supera ogni dicotomia e sceglie la strada dell’incontro e della sintesi con tutte le anime del presente

L’Urbe si sveglia all’indomani della sua ventesima Festa con la consapevolezza di aver raggiunto un traguardo: il consolidamento definitivo e la centralità nazionale di una manifestazione che ingloba e rielabora anime, che esprime ed imprime indirizzi per presentare la quasi totalità dell’offerta cinematografica contemporanea.
Un format unico, che sceglie di non scegliere tra festa e festival, istituzionalizzando l’imprinting dicotomico e rifuggendo ogni snobismo settario e con esso la cifra “minimal”, per dirla con le parole della direttrice Malanga, per parlare a più voci attraverso il pluralismo visivo e soprattutto di contenuto. Un territorio di suggestioni diversissime che include sensibilità e interessi allo scopo di consentire ad ognuno, a suo modo, di fruire dell’esperienza collettiva per celebrare il cinema ad ogni livello di complessità.

La prismaticità programmatica della Festa ha trovato massima espressione nella sezione competitiva Progressive Cinema che ha percorso sentieri intimi e personali, intersecato realtà urbane, osservato l’impegno civile attraverso opere innovative e contenutisticamente pregne, vagliate dallo sguardo attento e severo della giuria internazionale presieduta da Paola Cortellesi. Il miglior film, Left-Handed Girl di Shih-Ching Tsou, prodotto da Sean Baker, è un delicato spaccato di vite femminili che osserva la straordinarietà dell’ordinario attraverso la lente pura e, nel contempo, di ingenua malizia della più piccola componente del gruppo.

Left-Handed Girl

Il Gran Premio della Giuria è andato invece a Nino di Pauline Loquès, un apologo sulla forza di reazione che rinuncia al pietismo melodrammatico, accetta il dolore ma lo rifiuta come narrazione, trovando nella lucidità consapevole di sé e del circostante l’unica possibile via. Wang Tong conquista la miglior regia per Wild Nights Tamed Beasts, un film plumbeo che si serve del cinismo visivo e prima ancora concettuale per destabilizzare lo spettatore elaborando l’idea di un’età avanzata negoziabile, sopprimibile solo perché priva di pienezza.

Premio per la miglior sceneggiatura invece a Alireza Khatami per The Things You Kill, atipico thriller che osserva la famiglia attraverso la linea maschile per stigmatizzare il patriarcato e le sue derive. La consegna del riconoscimento ha segnato anche il momento più   polemico della manifestazione con il sottile j’accuse di Khatami al mondo del cinema rispetto alla questione mediorientale. Il premio di miglior attore (Premio “Vittorio Gassman”) è stato assegnato ad Anson Boon per Good Boy di Jan Komasa, un’opera che si muove su un terreno liminale tra echi surreali e thrilling per descrivere una sadica e cruenta rehab psyco borghese di un giovane sregolato incatenato e manipolato da una inquietante famiglia “perfetta”.

Anche l’Italia è ben rappresentata nel palmares con due riconoscimenti di peso: Jasmine Trinca premiata come miglior attrice per Gli occhi degli altri di Andrea De Sica (Premio “Monica Vitti”) e il cast di 40 secondi di Vincenzo Alfieri che ha  conquistato il Premio Speciale della Giuria. Due fatti di cronaca distanti per tempo ed atmosfera  tengono insieme i film ed offrono l’occasione per riflettere anche sulle società che tratteggiano e sui loro tic. La prima è un’opera decadente e morbosa che svela la prurigine nascosta degli anni sessanta attraverso una ricostruzione raffinata e personale del delitto Casati Stampa; La seconda risiede invece nel presente con la ricostruzione dell’omicidio di Willy Monteiro Duarte e chiama lo spettatore a trasferire sulla propria pelle, attraverso la mimesi dei protagonisti, l’assurdo tracimare del male in una spirale insensata di muscolarità e assenza di valori che invade e pervade lo schermo in un senso di inaccettabilità sempre crescente.

Premiati anche Tienimi Presente di Alberto Palmiero, che conquista il Premio Miglior Opera Prima Poste Italiane (sezione Freestyle), Cuba & Alaska di Yegor Troyanovsky che vince come miglior documentario e Roberto Rossellini – Più di una vita, che vince il Premio del Pubblico Terna, menzione speciale a Samuel Bottomley e Séamus McLean Ross per California Schemin’ di James McAvoy.

Il climax cinefilo della festa riposa, però, nei premi alla carriera, occasione di incontro, sintesi e approfondimento con alcuni dei più grandi maestri del presente, su tutti tre nomi hanno catalizzato le attenzioni: Richard Linklater, autore di culto ed esponente maximo dell’indie cinema made in Usa, Jafar Panahi, regista iraniano simbolo di resistenza che ha tradotto cultura e impegno in splendida materia filmica, Edgar Reitz, inarrivabile poeta visivo di straordinaria dovizia che rende loquaci i silenzi e gli abissi ambientali, universali i racconti di minuziosa particolarità.

La scelta degli ospiti, naturalmente, non è casuale ma traduce plasticamente la tensione ecumenica della Festa/Festival verso la sintesi di autorialità disparatissime e distanti per consentire una visione compendiata ma affatto parziale dell’intero spettro dei linguaggi cinematografici contemporanei. La festa, dunque, si vive nei racconti degli schermi che seguono fili invisibili ma saldi e parlano di dimensioni urbane e famiglia, fra disfacimento e disfunzioni, di attualità e politiche, di intrattenimento e letteratura. Un percorso di visioni che tralascia ogni difformità di partenza per giungere da ogni parte al medesimo punto, l’essenzialità della speculazione intorno all’umano ed al suo essere al mondo, carezzando le relazioni e finanche le cose prime ed ultime, intese come frontiera alta e rarefatta della autorialità.

Il Roff, dunque, ingloba la dimensione  della festa/festival e la supera nel segno dell’inclusione e parcellizzazione di prodotto per consentire ad ogni spettatore di ritrovarsi e ritrovare la propria idea di cinema abiurando ogni aprioristico rifiuto. Una scelta che sembra pagare in termini di pubblico, che registra un +6% come dato assoluto, e di risonanza che contribuisce a rendere il Roff una creatura unica e peculiare, dalla spiccata personalità che rielabora ed attualizza i codici della autorialità festivaliera in perfetta sintonia con il presente. Lo schermo schiude la sua dimensione accademica per fondersi nell’incontro degli sguardi.

Cibema