7.11.2026 – Tutto il cinema per tutta l’Urbe: la Festa delle convergenze figurative
Che cos’è esattamente la Festa del Cinema di Roma?
Non è semplice definire a sipari calati i caratteri dell’imponente appuntamento cinematografico capitolino, giunto quest’anno alla sua ventunesima edizione. Il ROFF, infatti, non ha precedenti nel circuito espositivo italiano e vive della sua irriducibile singolarità.

D’altronde è la tassonomia stessa a farsi rivelazione programmatica: la forma-festival muta in «Festa» per accordare anche nominalmente centralità a un dispositivo di visione inteso come agorà e convergenza di orbite figurative, che accosta la dimensione competitiva al rito di un cinema-spettacolo partecipe e condiviso.
Un ecosistema plurale fondato sull’accessibilità filmica, che pone in comunicazione diretta, senza frizioni, le proposte per il grande pubblico con la vitalità magmatica degli autori internazionali.
La sezione Best Of è il punto di equilibrio ideale di questo asse di gravità: una ricognizione rigorosa di vette espressive che accoglie in un unico luogo alcuni dei titoli più acclamati della stagione festivaliera internazionale.

Opere di denso spessore formale come Fatherland di Paweł Pawlikowski si alternano a titoli importanti dalla vasta risonanza di pubblico, come l’attesissimo La bola negra di Javier Calvo e Javier Ambrossi, scelto dalla Spagna per concorrere all’Oscar 2027 per il miglior film internazionale.

Una vocazione multiforme fisicamente trasfigurata nella stessa dislocazione della Festa che muove dall’Auditorium per attraversare l’intera capitale: tutto il cinema per tutta l’Urbe si potrebbe dire, in un innesto urbano che rende grande schermo la città e celebra la settima arte attraverso la sua memoria monumentale.

Rian (Joe Cole) and Patrick (Anthony Boyle) in I See Buildings Fall Like Lightning. Photo: Chris Harris
Sul fronte competitivo la giuria di Progressive Cinema – quest’anno presieduta da Jan Komasa – ha incoronato come Miglior Film I See Buildings Fall Like Lightning di Clio Barnard, un’opera capace di evidenziare le crepe del contemporaneo attraverso una saldissima tenuta di sguardo e di scrittura. Una riflessione potentissima sulle condizioni esistenziali della working class che echeggia l’asciuttezza veristica di Andrea Arnold.

Patrick (Anthony Boyle), Rian (Joe Cole), Conor (Daryl McCormack), Oli (Jay Lycurgo), and Shiv (Lola Petticrew) in I See Buildings Fall Like Lightning. Photo: Chris Harris
Il premio per la Miglior regia è andato invece a Rafiki Fariala per il folgorante Congo Boy. Il film è una parabola sul riscatto e sul superamento del pregiudizio nella realtà centroafricana che rifiuta ogni compiacimento per applicare una foggia documentaria alla finzione. Un plauso all’attore protagonista davvero simbiotico con il personaggio rappresentato.
Con il premio ex aequo per la miglior interpretazione maschile, i giurati hanno consacrato due diversi codici recitativi, capaci in egual modo di parlare al contemporaneo: l’esperienza di Paolo Pierobon per la sua prova luciferina in Brianza, thriller padano di ordinaria degradazione e l’intensità di Anthony Boyle in I See Buildings Fall Like Lightning. La sua è una perfetta raffigurazione di fratellanza adamantina che interpreta il gruppo come corpo unico anteposto alle individualità.
Victoria Luengo è invece Miglior Attrice per Sants di Mikel Gurrea. Un’interpretazione scarnificata e viscerale che tradisce nel corpo il dolore di una sopravvivenza sordida nelle profondità di una Barcellona notturnale.
Il Gran Premio della Giuria è andato invece a The Life and Deaths of Wilson Shedd di Tim Blake Nelson, implacabile radiografia morale di una reclusione che si alimenta della violenza circostante, distante da ogni redenzione;
Premio Speciale della Giuria alla famiglia Al Mawla per Ieri notte non ho dormito di Rakan Mayasi. In un radicale azzeramento del confine tra attorialità e vissuto reale gli attori interpretano loro stessi per denunciare il gravame generazionale di faide ancestrali e tribali nella valle del Bekaa.
Il premio come Miglior sceneggiatura è stato invece assegnato ad Abia Castillo, Diego Rabasa e Diego Luna per Ceniza en la boca. Le macerie di un dramma privato svelano le fratture di classe di un mondo migratorio invisibile. L’osservazione dei mondi ha incontrato anche il favore del pubblico che ha premiato due opere peculiari e dalla forte connotazione sociale: il Premio Terna è infatti andato ex aequo a Mustang opera seconda di Kasia Smutniak e al già premiato Congo Boy.
La ventunesima edizione ha consolidato una geografia di sguardi che muove dall’imprescindibilità del cinema italiano, vero e proprio architrave della Festa, per aprirsi al mondo. Il film diviene cronaca di un paese (Penso a Se domani non torno di Paola Randi) e delle sue urgenze e nel contempo cristallizzazione del figurativo nel pantheon della modernità.

Freestyle, invece, è territorio di fertile scoperta che rifiuta l’ortodossia della traiettoria per accogliere la realtà.
L’attualità e la memoria svestono ogni sussidio didascalico per attraversare orizzontalmente tutti i linguaggi dell’immaginario – dal documentario d’inchiesta alla finzione, sino alle forme seriali.
Una vocazione riconosciuta dal Premio Miglior Opera Prima Poste Italiane andato a Clementine Orange di Lisa Forslund, storia di un incontro segnato da aspettative tradite che l’imprevedibilità della vita muta in materia amorosa, e dalla Menzione Speciale a El tren fluvial (The River Train) di Lorenzo Ferro e Lucas A. Vignale. La vita del piccolo Milo è nel contrasto delle attese: la famiglia lo chiama al ballo, ma lui sogna la Baires del cinematografo.

La ricognizione del presente prosegue con il cinema del reale di Special Screenings, che ha visto il trionfo di Dans la gueule de l’ogre (Into the Jaws of the Ogre) di Mahsa Karampour come Miglior Documentario, affiancato dalla significativa Menzione Speciale attribuita a Un hiver russe (A Russian Winter) di Patric Chiha, rigoroso memoriale sulle fratture della fuga dal conflitto. La Festa è un trionfo di cinema in connessione con la polis che riporta Hollywood sul Tevere, celebra grandi carriere, quest’anno fra gli altri Javier Bardem e Julianne Moore, e custodisce la genealogia delle forme visive.

A Roma il film si fa organismo tangibile, tattile, corporeo, esonda gli schermi alla maniera de “La Rosa purpurea del Cairo” per attraversare fisicamente lo spettatore e farsi esperienza carnale, immanente. D’altronde l’Urbe non è che un piano sequenza senza fine.
Silvestro Carlo Montrone
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