Geografie del margine e centralità del racconto: un cinema che sovverte le gerarchie e ridefinisce la linea meridiana.
La brezza marzolina sospinge a vele spiegate il ritorno del cinema sulle rive di Bari: il Bif&st riapproda nel capoluogo pugliese dal 21 al 28 marzo con una diciassettesima edizione che solca un tragitto ormai consolidato e rafforza la sua vocazione geoplurale e mediterranea.
Non una navigazione a vista, dunque, ma una rotta composita che, attraverso carteggi d’immagini e tappe filmiche, traccia un itinerario meticcio nel segno della tradizione meridiana di cui Bari e il Mezzogiorno sono compiuta espressione.
Punti d’attracco del festival sono le voci cinematografiche di un’umanità a sud in corso di affermazione che svela sé stessa e insieme sovverte contesti, limiti e consuetudini.
Meridiana, concorso principale del Bari International Film&Tv Festival, guidato quest’anno da Roberto Andò, è coordinata essenziale del viaggio euro-mediterraneo: dodici opere in anteprima traducono in visioni le culture territoriali alternando alla narrazione convenzionale nuove traiettorie di ricerca sperimentativa.
Autorialità che si servono dell’onirico — e a tratti della realtà documentaria — per attraversare temi scomodi come la cultura patriarcale, la condizione femminile (A war of women), la lotta di classe (Happy Birthday) e le molte declinazioni dell’identità in narrazioni che vivono nelle geografie che rappresentano, restituendo — in metafora cinematica — società e immaginari, sino a fare del territorio un dispositivo narrativo.
Nel suo itinerare meridiano il Bif&st costeggia l’arcipelago cinematografico nazionale con la seconda sezione competitiva per Il Cinema Italiano, presieduta quest’anno da Stefania Rocca.
La libertà dei formati — lungometraggi, mediometraggi — riflette l’ampiezza di sguardi che osservano il Sud e ne indagano il tessuto sociale cogliendone contraddizioni e condizioni (Io non ti lascio solo, Cattiva strada), restituendo allo schermo la dimensione etnografica e folclorica insita nell’iconografia meridionalista (Devozioni, fuori concorso).

Una traversata sociologica in un patrimonio popolare che, con la lente del cinema, riacquista piena dignità di racconto e di rappresentazione cinematografica, rivelandosi viva stratificazione culturale.
Sulla medesima linea di navigazione il festival incrocia A Sud, sezione collaterale di incarnazioni meridiane e personalità identitarie — Vita mia, ‘A santanotte — che oltrepassano il racconto di una terra per divenirne metonimica manifestazione.
Lasciate le acque territoriali, il festival solca aree liminali in cerca di transizioni umane e geografiche.
Frontiere traccia, attraverso la mediazione estetica dello schermo, un viaggio di orizzonti che oltrepassano il Mediterraneo per accogliere ogni sud concettuale e restituire al cinema la sua vocazione politica e sociale. In questa direzione si collocano opere quali Nuns vs the Vatican, Dom e gli acclamati Palestine 36 e Harà watan.
Attracco privilegiato il Teatro Petruzzelli, riviera luminescente di platea e spettacolo, locus elettivo d’anteprime e sfoggio.
Il mattino è colmo dei vissuti dei suoi protagonisti, che si fanno racconto di cinema.
Ogni giorno è un piccolo viaggio nei rituali, nelle tecniche attoriali e nella poetica degli autori.
Fra gli Incontri in programma Alessandro Baricco, Giuseppe Tornatore, Abdellatif Kechiche — questi ultimi anche protagonisti di due retrospettive — e gli appuntamenti stracult con Lino Banfi e Checco Zalone.
Prima del tramonto, Pomeriggi al Petruzzelli incrocia correnti di musica e cinema (Tutta una vita, Il posto dell’anima, Nelle tue mani).
Al calar del sole è subito Rosso di sera: visioni di grande respiro a vocazione trasversale si vestono di gala e incontrano il grande pubblico, mescolando stili e medialità senza barriere (Nel tepore del ballo, Köln 75, Is This thing on?).
Di taglio più strettamente cinefilo i due eventi speciali dedicati a Tornatore e Kechiche: la proiezione-concerto di Nuovo Cinema Paradiso musicato dal vivo e l’anteprima italiana di Mektoub My Love: Canto Due — capitolo secondo della controversa trilogia — presentato a Locarno lo scorso anno.
Il teatro è approdo di confini infranti, crocevia d’arti e sogni tangibili: tanti quante le poltrone che lo compongono, con foce unica nel cinema.
Nelle insenature del programma si ibridano i linguaggi; il Bif&st assimila le altre arti e le traduce in immagini. La letteratura si rifrange in Doppio Testo, canto e controcanto di romanzi che prendono vita e si misurano con il cinema (Un anno di scuola, L’abbaglio), sotto la guida di Chiara Tagliaferri; la musica, sottotraccia, attraversa sezioni e disegna traiettorie altre (Amadeus, Primavera); Notti Horror, declinazione d’angoscia per gradazioni di terrore, attraversa epoche e ritrova i cult fino a giungere alle nuove forme dell’incubo (Ti uccideranno, Sei donne per l’assassino), in una selezione di Roberto De Feo.
La cartografia del festival dispiega una mappa filmica che lambisce tutte le anse del cinema; Bari diviene prua di un viaggio che restituisce al Mediterraneo un senso condiviso, nel rispetto delle differenze. Gli schermi intrecciano rotte e geografie, facendo del cinema uno spazio di attraversamento e riconoscimento.
Il Bif&st si afferma dunque come sguardo costiero: sovverte le gerarchie culturali, fa del margine il centro e diviene porto identitario. Un faro nelle rotte del Mediterraneo plurale.
Simon





