13.05.2026 – Il cibo come tropos divertito della partecipazione all’esistenza carnale in un classico del grottesco nipponico

Tampopo (たんぽぽ) di Jûzô Itami Giappone, 1985, 114’ Voto *** 1/2

È nello spazio di qualche istante dall’inizio della visione che si comprende il peso culturale e cinematografico di Tampopo, film ormai di culto di Jûzô Itami del 1985, ripresentato al 28esimo FEFF all’interno della retrospettiva dedicata a Koji Yakusho.  Certo è strano immaginare quale potesse essere la reazione del pubblico italiano al primo imbattersi con questo film nel lontano 1989, un periodo in cui nessuno conosceva il ramen né poteva avere tanta familiarità con le pietanze tipiche della tradizione culinaria nipponica. Senza dubbio molto del valore simbolico della pellicola si sarà perso in traduzione soppresso da un malinteso senso di adattamento e semplificazione ad ogni costo. Riguardarlo oggi significa spogliare da ogni esotismo un racconto che parla da sé per descrivere una cultura territoriale e insieme una intera tradizione cinematografica. 

Un gangster infrange d’emblée la quarta parete, prima che l’incredulità si sospenda per richiamare gli spettatori al silenzio in un gioco di sovvertimento del dispositivo brechtiano che spoglia l’artificio di ogni significante politico per farne colto balocchismo: è un gancio complice che preferisce l’interazione diretta all’illusione, un incipit programmatico travestito da burla. Itami non supera la linea della scena per deflagrare il monito ideologico ma al solo scopo di corroborare il dileggio bonario, la non serietà per contratto, di un affresco socialmente caustico. Tanta autorialità europea si nasconde nelle pieghe di un film che ridefinisce i generi rendendo zen il grottesco, western il ramen.  D’altro canto Tampopo è raffigurazione in forma di commedia del bagaglio esistenziale dello stesso Itami, figlio di uno dei più grandi maestri della satira classica giapponese. Il suo approdo dietro la macchina da presa è circospetto e meditato, non tardivo: giunge dopo un percorso attoriale che lo vede assimilare il meglio del linguaggio cinematografico occidentale al fianco di maestri come Nicholas Ray e Richard Brooks.

Quegli echi diverranno parte di un racconto -divertito e divertente- che non ha eguali in Oriente, nel quale la cultura culinaria tradizionale  diviene turbine grottesco e tragicomico: un action antropologico che vive nel suo farsi di situazioni senza curarsi troppo della linearità narrativa. D’altronde un artista come Itami, permeato di culture plurali, non può realizzare un’opera che ne abiti una sola. 

Tampopo è una giovane vedova che coltiva il sogno del ramen perfetto ma le manca il tocco per lo slancio gourmet. Nel suo piccolo e polveroso saloon ramen-ya irrompe Goro, un gringo caparbio e guascone che spariglia ingredienti e instilla linfa vitale e gastronomica nelle pieghe malinconiche di pentole che non bollono a dovere, di noodles dal calibro imperfetto, di brodi dalla scialba sapidità. Tampopo tira dritto, ostinata e resiliente alla frustrazione, sino alla meta, fiancheggiata da una umanità eventuale che si aggiunge senza preavviso e racconta, stigmatizza, irride i tic di una società orientale in profonda trasformazione. La narrativa sfugge alla fissità sinottica in favore di un’anarchia  situazionale che privilegia un fogliame vignettistico solo in apparenza autonomo rispetto alla vicenda  principale. Un trionfo di sottotrame orbitali ai protagonisti  che vivono pienamente anche come singoli calambour o sketch, perfette ironie in cui la tradizione satirica asiatica incontra il gusto per l’iperbole di chiara ispirazione bunueliana. Una su tutte il corso di spaghetti bon ton per signore che deflagra inevitabilmente di fronte alla rudezza rumorosa di un avventore occidentale nello stesso ristorante.

Il riso, come nel grottesco europeo, non è mai fine a se stesso ma riflessione spiazzante e sagace. Il convivio è apoteosi degli orpelli borghesi e massima esplicitazione dei rapporti di forza e forma aziendali: Bunuel aleggia ancora in una cena dirigenziale di impeccabile charme che si arena sull’impronunciabilità di una raffinata carta dei vini francesi in un sottile ed irresistibile imbarazzo.  Ogni interazione con l’edibile è sempre sintomatica e prospettica, comunica oltre il paradosso. L’anziana che adultera derrate al supermercato di soppiatto, come un insetto kafkiano, è bizzarra accusa ad un consumismo asettico che schiaccia gli emarginati. 

Il cibo, ostentato e vagamente caricaturale, straborda il racconto  e cita Ferreri sino a rendersi paradigma metaforico di ogni contatto dell’individuo con il reale. A prevalere è lo sguardo sensuale del desco come acme o preludio all’eros. Gli ingredienti nella loro nuda voluttà si caricano di valenza  carnale e divengono amplesso, il ramen assoluto orgasmo. L’uovo, emblema atomistico di congiunzione e creazione in Oshima, torna a sedurre in modo meno radicale ma se possibile ancora più languido attraverso un passaggio di tuorlo di bocca in bocca fra il gangster, archetipo narrativo, e la sua amante. La cifra surreale si tinge di tragicità sardonica: il cibo oltrepassa l’Eros per divenire Thanatos e stigmatizzare una società patriarcale. Il ritardo dal distacco di una moglie in fin di vita che rimanda l’appuntamento con la morte per l’ultimo dovere culinario dinanzi al marito impassibile è insieme macabro e crudele — iperbole amara di obblighi sociali tramandati e mai messi in discussione.

Il dramma divaga fra i generi oltre ogni elucubrazione poetica e  adombra l’incedere caricaturale come supremo omaggio alla cinematografia classica giapponese: la pioggia, fitta e sottile, suggella la morte violenta del gangster che nel cibo aveva suggellato l’amore per la sua amante.   Sui titoli di coda l’ultimo colpo di teatro muta la conclusione del ciclo esistenziale in inizio: un neonato sugge il latte dal seno materno con un campo lungo in progressivo restringimento che anticipa la burrosità giocosa di La teta y la luna di Bigas Luna. Itami soggettivizza il cibo per farne grammatica erotica e primaria dell’istinto vitale e  protesi di ogni appetito. L’atto del mangiare diviene seduzione naïf. 

Silvestro Carlo Montrone