5.12.2025 – A Torino l’esperienza filmica centralizza il reale, trascende la dimensione fisica della sala per assurgere a canone interpretativo dell’esistenza.
Lo scorso sabato si è conclusa la 43ª edizione del TFF ma il suo portato non svanisce affatto sotto i sipari, anzi ha abbandonato il cinema-luogo fisico per trasferirsi permanentemente nel cinematografo dell’anima.
I frequentatori del Torino Film Festival, d’altro canto, sanno da sempre che non esiste altro luogo in Italia dove il cinema incontri il massimo agio espressivo e dove sia possibile sfuggire ai codici del consueto e del confortevole, per abbandonarsi totalmente alla visione-esperienza che destruttura e desacralizza, costruendo un nuovo lessico che rispetti solo se stesso e l’idea più alta del Cinema come arte e rappresentazione.
In linea di continuità con la tesi radicale e disallineata del festival i riconoscimenti premiano l’immediatezza ed il realismo scomodo della raffigurazione ruvida, quasi documentaria, del reale.
Il miglior lungometraggio “The Garden of Earthly Delights” di Morgan Knibbe scandaglia con asciuttezza entomologica la negazione dell’infanzia, la sua estrema violazione e con essa l’inaccettabile degrado dell’incolpevole miseria che riflette una Manila sanguinante e nel contempo socialmente contraddittoria.
Di differente respiro “Ida Who Sang So Badly Even The Dead Rose Up And Joined Her In Song” di Ester Ivakic insignito del premio speciale della giuria. L’età fanciulla è descritta attraverso una lirica in senso stretto, anti melodica e grezza, fuori intonazione e disarmonica, che si tramuta in perfetto lirismo immaginifico e trasferisce con compiutezza stilistica il senso ovattato del trapasso nello sguardo incosciente della gaiezza puerile.

Miglior sceneggiatura ad “Ailleurs la nuit” di Marianne Metivier, esplorazione della semantica del femminile attraverso lo studio visivo e percettivo di quattro donne legate dai non detti, da un senso di estraneità e dalla ricerca del sé.

A vincere invece come miglior performance sono state Sadie Scott per“Fucktoys”di Annapurna Sriram e Maria Wróbel per “Que ma volonté soit faite” di Armelle Mercat.

Due interpretazioni contigue, complementari, nel restituire la difficoltà muliebre di imporre la naturalezza del corpo, demonizzato, negato dall’oppressione di una idea subculturale che rifiuta in radice l’autodeterminazione.
Un doppio specchio di lettura di diverse ribellioni in opposizione ad un medesimo stilema sociale in cui ad ottenere piena cittadinanza è solo la mascolinità patriarcale e la conservazione dello status quo.

A trionfare fra i documentari è stato “Seeds” di Brittany Shyne. Un bianco e nero mozzafiato consegna allo schermo una fotografia etnografica impeccabile che traduce l’ordinario in arte visiva. La terra, nella magnifica raffigurazione documentaria echeggia Salgado e diviene, attraverso l’osservazione dei contadini afroamericani protagonisti uno strumento di perpetuazione della memoria e preservazione delle origini in un viaggio che diviene ricerca interiore.

Menzione speciale per “Bobó” di Pippo Delbono, opera crossmediale ed ibridativa sulla funzione evasiva e liberatoria dell’arte e del teatro. Il regista racconta il suo rapporto con il protagonista, un uomo che ha elaborato le sue complessità esistenziali grazie alla forza creativa della drammaturgia. Un percorso lungo ventidue anni capace di mutare il disagio mentale in canone artistico superando sul palcoscenico la lateralizzazione coatta dalla vita reale.
Il TFF, all’ombra della Mole e delle sue Stelle, schiude gli sguardi centralizzando i margini visivi in nome di un’estetica che sia soprattutto etica per delineare un racconto cinematografico pieno e vivido che contenga tutti i semi dell’esistenza e rifiuti gli schermi dello schermo.
Un percorso di visione ricchissimo e vario che assomiglia più ad una lezione di cinema, lunga nove intense giornate, che ad un festival convenzionale.
A Torino il Cinema non si guarda, si vive, in un viaggio affascinante e mai scontato fra linguaggi e sperimentazione che esalta l’ostico, la scomodità e l’inatteso, come la grande arte deve fare, per riassaporare l’esperienza della visione vera che non passa come acqua ma interroga, sconvolge, incuriosisce, solletica, emoziona.
Il TFF è un tempio di grandezza cinematografica che restituisce libertà al cinema e con essa la sua naturale disomologazione, singolarità e distinzione fuori dalle mode e dalle leggi di mercato.

L’anima permea di sé gli schermi ed attraversa epoche e miti senza soluzione di continuità in un flusso ideale che lega la Mole al nuovo intrigante e ai classici: Marlon Brando sfuma in Paul Newman che a sua volta cede i riflettori a Marilyn Monroe, icona indistruttibile del divismo e paradigma di un sistema che ingloba, annichilisce, annienta. Incarnazione visiva della dicotomia dell’artista che esaspera la perfezione attoriale per comunicare indirettamente un’interiorità irrisolta e lancinante.
Il TFF è un regno dell’altrove che abbandona l’ottundimento delle certezze per coltivare il giardino del dubbio che alimenta interrogativi attraverso i sentieri dell’immagine.




