12.10.2026 – La quarta regia di Strippoli è un’estranea nel cinema italiano, che permea di autorialità l’iperbole orrorifica per raffigurare le spire soffocanti di un iperprotettivismo familiare.

L’Estranea

di Paolo Strippoli

Dall’8 ottobre al cinema

Voto: ****

Pioggia, spirali di liquirizia, inoffensivi balletti di mani. L’orrore perturba traslando l’innocuo, mutando l’abbraccio del nido in una stretta soffocante. Paolo Strippoli, regista pugliese alla sua quarta prova registica (La valle dei sorrisi, Piove), firma l’opera più sorprendente in concorso a Venezia 83. Lo sgomento esordisce con la stessa casualità di un arrivo inatteso, di un’intemperia latrice di sventurate verità.

Una madre, interpretata da una perfetta Jasmine Trinca, irrompe fatalmente in casa di sua figlia Alice (Romana Maggiora Vergano) come tempesta nella sera metropolitana. La sua è una promessa di verità che inanella macabri capitoli visivi ad angoscia crescente per lambire l’intero focolare e tingere d’oscuro un passato tragico. Traumi faticosamente accantonati riaffiorano, lo sconvolgimento e l’inquieto sono compagne di una rinnovata lettura deterministica della storia familiare che coinvolge il figlio Tobia (Andrea Genovese) e il marito Walter (Adriano Giannini).
Il filo d’arianna è biondo come la chioma elegante di una mefistofelica estranea, Valeria Bruni Tedeschi mai così in parte, che promette uscita da un tunnel cieco del destino attraverso continue rinegoziazioni morali. La regia materna accoglie e autoalimenta un male di compromesso nella speranza di proteggere il nucleo ma ignara delle sue conseguenze.


Un sussurro impronunciabile cancella una tragedia al costo di un’altra, trasferisce il sacrificio, salvando per sopprimere, in un gioco perverso di violenza compensativa che sembra destinato ad avere fine solo nel suo inizio.

Sullo sfondo, un’istantanea di famiglia e di un certo tessuto sociale di fine millennio a Bari, dove tutto ha avuto inizio: i Colonna sono parvenu che ostentano con gradassa opulenza uno status agognato e raggiunto, che hanno barattato la discrezione con un quotidiano di rivalsa ipertrofico ed esteriorizzato. 

La villa, appena acquistata, bellissima ed enorme, è vessillo di una crassa ignoranza materialistica che non sa guardare oltre una felicità esibitoria. 

In questo affresco di superficie si abbatte improvvisa l’ombra di un sortilegio che sembra travolgere tutto.

Strippoli ricodifica l’archetipo materno per sottolineare il prezzo sociale di una torsione emotiva figlia di un’etica sbilenca, fondata su un iperprotettivismo che sfocia nel controllo maniacale. Un’ossessione che vive di sé a tal punto da negare l’alterità della progenie intesa solo come riflesso condizionato del proprio io narcisistico: tutto quanto non corrisponde alle attese semplicemente è invisibile agli occhi, non v’è alcuna attitudine personale cui dar voce, emblematica è, in questo senso, la negazione del rapporto che lega la figlia Alice alla sua amica.

L’iperbole orrorifica è soprattutto un dispositivo di realtà lucidissimo che scansiona in modo impeccabile le falsate urgenze di un’umanità in mostra, che insegue il consenso attraverso l’omologazione esteriore. Così la menomazione di una gamba, l’obesità, lo scivolamento nella povertà divengono prima di ogni cosa tradimenti estetici a una perfezione suprema eterodiretta, ostacoli a una piena adesione ai dettami mondani, da opporre in ogni modo.

Il monito di Strippoli ricorda da vicino quello di Fargeat e del suo The Substance ma trasposto nella circolarità del contesto domestico.


Il racconto vivifica l’orrore attraverso il kubrikiano stridore delle opposte rappresentazioni e il richiamo costante alla memoria collettiva: il rosso del sangue contamina il lindore di un pranzo in bianco, la gioia collettiva dell’indimenticabile mondiale duemilasei incrocia con implacabile dirompenza visiva la dissoluzione del pater familias, la nascita è la faccia presentabile di una morte incipiente. 

La propensione all’identificazione privata dello spettatore con il mostrato è definitivamente compiuta con l’indimenticabile colonna sonora dei Liquido, capolavoro di immediata saldatura fra contesto e narrazione.

La regia, magnifica e misurata, dosa l’angoscia per accumulo, non sparge sangue soverchio, cela la suspense nei primi piani dei protagonisti, giunge all’acme di ciascun quadro familiare per preparare lo schermo alla deflagrazione rielaborando i codici tensivi alla maniera di Aster. 


Con L’Estranea Stippoli realizza un film fuori confine che conduce finalmente il cinema italiano oltre le asfissie tematiche e territoriali. Un’opera di legittimazione internazionale, giustamente designata dall’Italia per la corsa all’Oscar, che permea di autorialità gli angosciosi rii del genere, espandendone il respiro.   

Simon