28.04.2026 – Il 25 aprile Yakusho Koji ha ricevuto dalle mani di Wim Wenders il Gelso d’Oro alla carriera in occasione della 28ª edizione del Far East Film Festival, prima di una nuova proiezione di Perfect Days.

Alla seconda visione spesso accade che un film acquisti nuove gradazioni di significato, spinga la riflessione oltre il piano dell’emozione immediata verso territori più profondi che riposano nell’essenza della poetica autoriale.

Lo sguardo di Simon ripropone la recensione pubblicata in occasione dell’uscita del film, riletta alla luce di questo nuovo incontro.


PERFECT DAYS

di Wim Wenders 

2023, 123’

  voto:****

Wenders carezza il senso esistenziale in un capolavoro filosofico lieve come il sole fra le foglie

C’è un senso di immediata, seppur discreta, confidenzialità nel cinema di Wim Wenders capace di annettere l’osservatore sin da subito nel racconto quasi come se egli ne fosse inconsapevolmente già parte, come se le emozioni e le umane fragilità dei protagonisti tracimassero lo schermo e si forgiassero concordemente al sentire di chi guarda. 

Non fa eccezione Perfect Days, ultimo film del grande regista tedesco, che conferma e sintetizza la sua cifra poetica ed estetica attraverso il rarefatto e delicato racconto di un’esistenza laterale che si muove ai bordi del mondo e che dà forma di finzione alla suggestione seminale di Wenders per il cinema giapponese, già splendidamente espressa attraverso i codici documentari nel 1983 con Tokyo-Ga.

Il risultato è strabiliante: l’introspezione dell’autorialità europea incontra il lirismo dello sguardo orientale, ogni cosa trabocca di esistenza in un susseguirsi di grandezze piccolissime, di particolari aumentati e inespresse ed inesprimibili sensazioni. 

È Ozu che pervade lo schermo fotogramma per fotogramma e mostra la via in un trionfo di silenzio estetizzante, ombre e rumori di fondo che divengono eloquentissimo discorso programmatico in perfetta consonanza con il disegno morale del suo autore.

Wenders è come sempre tranciante nel comunicare la sua visione e chiama ancora una volta l’uomo a riflettere sulle derive del post umanesimo e sulla perdita dell’innocenza, sul valore e la riscoperta del gusto dell’esperienza pura e del contatto senza filtri con l’essenzialità del mondo e dell’arte. 


Il protagonista, Hirayama (Yakusho Koji), è un uomo semplice che occupa le proprie giornate lavorando con scrupolo e solerzia rituale ai bagni pubblici di Tokyo e dedicando il tempo residuo alle sue passioni, la musica rock anni ‘70, la lettura e la fotografia naturalistica in un austero bianco e nero rigorosamente fruite e catalogate in quella forma analogica e quasi primitiva che il mondo iperconnesso pare aver abiurato. 

È la narrazione di una solitudine apparentemente risolta e aconflittuale che non subisce il suo manifestarsi ma che al contrario appare consapevole e desiderata ed anzi supremo punto di approdo di una atarassica tensione al distacco da ogni turbamento umano, quale che sia. 

Nonostante nel protagonista sopravviva una sottile curiosità verso l’altro da sé nulla dall’esterno ha diritto di accesso al simulacro di realtà distesa che egli si è, immaginiamo, faticosamente costruito. Il margine di contatto con l’alterità, infatti, è sempre diaframmatico e osserva la stessa giusta distanza dei porcospini di Schopenhauer rifuggendo in radice la negatività di ogni eventuale intrinsecazione (sintomatico in questo senso il poetico gioco a tris in differita con lo sconosciuto frequentatore del wc). È un’esistenza tutta racchiusa in un programmatico komorebi che accoglie e tutela ogni velo di luce che sfugge fra le foglie nella ricerca della serenità atonica di una carezza di vita che non può divenire abbraccio ma neppure tramutarsi in morsa.

Come un refolo di leggera brezza il suo quotidiano viene appena lambito da una galleria di figure che paiono fermarsi sull’uscio del racconto sia che si tratti di un rumoroso giovane collega perfettamente calato nell’oggi, sia che si tratti di una ragazza curiosa ed affascinata dal tempo senza tempo che il protagonista vive o ancora di una cortese proprietaria di un bar verso cui l’attrazione rimane sotto traccia.  

I giorni si susseguono senza distinzione in una confortevole liturgia di straordinaria ordinarietà e costante rutinaria replicazione di azioni in una uniformità di tempi e luoghi in cui, il prevedibile, diviene conquista di ritrovata serenità. Il protagonista vive esclusivamente nelle pieghe del proprio mondo e le sue interazioni con il circostante, ridotte al minimo, spesso meramente gestuali, operano per sottrazione. 

Il suo linguaggio emozionale prescinde dalla parola, intesa quasi come adulterazione del puro sentire, e si esprime attraverso sguardi potenti ed evocativi, eloquenti espressioni del volto, silenzi profondissimi, come a voler porre un’ulteriore cesura tra il suo perfetto microcosmo interiore e l’indomabile caos esterno. 

Hirayama, splendidamente interpretato da Yakusho Koji -premiato come migliore interpretazione maschile a Cannes 2023- è da solo l’intero film, metafora e, nel contempo, pacata raffigurazione plastica della riscoperta del sé e del valore inestimabile della pace interiore che resiste alle foschie del destino e dei legami con ogni forma di alterità.  

I suoi occhi sono quelli di un atipico flaneur, in qualche modo ancora colmi di fanciullesco stupore, che vestono di vita vera l’osservazione straniata e distaccata della realtà e che si trovano a perfetto agio nella visione telescopica del mondo sotto l’egida del proprio personale e protetto universo di mondi.

Il disordine o, più correttamente, l’irrazionale non attiene alla vita vissuta scientemente ma viene relegato a suggestivo campo visivo del subliminale che affiora ogni notte.  Tuttavia l’onirico è intriso di quella stessa tensione alla purezza dell’esperienza esistenziale che lega Hirayama alla fotografia, il suo vagare inconscio è infatti in bianco e nero, lo stesso sguardo asciutto e austero che imprime la realtà naturalistica in splendide impressioni analogiche. Elementi ambientali indistinti e in apparenza pacificati traducono sottili angosciosità notturnali di ispirazione quasi lynchiana, forse inevitabile contraltare dell’equilibrio consapevole e metodico che Hirayama ha imposto a sé. 

Wenders ci regala, così, una meravigliosa perfetta raffigurazione antinarrativa che avvince senza evolvere, che coinvolge senza necessità di raccontare. 

È il cinema nella sua più alta espressione che fa poesia dell’istante ed incontra il sentire più inesplicabile rendendo per immagini la ricchezza di un mondo interiore che fugge dal reale per motivi forse intuibili ma in fondo non così rilevanti.

Anzi, proprio quando il film dimostra una sottile velleità esplicativa e cerca di accennare al passato del suo protagonista, attraverso un fortuito incontro che pare nodale per le sorti del racconto, il lirismo arretra, la storia tenta un sopravanzo e per un attimo si perde l’incanto del surplace, del pacato distacco da ogni interazione, si rompe il rituale e le regole del gioco vengono temporaneamente sparigliate. 

Il corto circuito dura poco e l’immateriale e il non detto si riprendono la scena sino al culmine della struggente inquadratura finale, che si abbandona fissa, in un lunghissimo sguardo che distilla il sublime e attraversa ogni sentire dell’anima, per giungere al di là della percezione, direttamente all’essenza di chi partecipa alla visione. 

È la profondità dell’umano che si manifesta nel riso che si colma di pianto per sottolineare con composta grazia una breccia nella solitudine pacificata e forse il senso di un rimpianto insopprimibile.  


Perfect Days è una grandiosa lezione di cinema e filosofia che trascende il cinematografo e restituisce all’opera filmica il potere di abitare lo spettatore per giorni e giorni e, attraverso la poesia e l’incanto dei piccoli gesti, scardinare, o quanto meno, toccare nel profondo le sue coordinate esistenziali.  

 

Silvestro Carlo Montrone