22.09.2026 – I Leoni di Venezia 83 lambiscono il contemporaneo senza ruggire e percorrono l’etica degli schermi traducendo le forme dell’arte
Osservare la 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia a distanza d’euforia restituisce, in piano lungo, l’istantanea esatta di questa edizione: gli schermi, sottratti alla luccicanza hollywoodiana, hanno riacquisito cifra cinefila pura, sospesi fra l’urgenza di raccontare le fratture politiche del contemporaneo e la necessità formale di riaffermare la sacralità del linguaggio visivo.
Oltre i riflettori è, infatti, emersa una selezione accuratissima, fra le migliori degli ultimi anni, che ha scelto di puntare, sia in concorso che fuori, quasi esclusivamente sulla qualità dei titoli e sulla loro affinità elettiva con il pubblico.
Come per dire, plasticamente, che a condurre gli spettatori in sala debba tornare a essere la tensione verso l’opera di per sé anziché le modanature dei flash musicanti e delle parate stellari.
Naturalmente, come per ogni esposizione competitiva, a restare sono i verdetti che, nella loro condivisibilità o meno, suscitano dibattito e interpretazione.
D’altro canto, i premi sono approdo di un viaggio fra gli schermi lungo dieci giorni che ha visto i titoli dapprima affrontare la prova dei pubblici, muovendo attese, reazioni e valutazioni.
La disamina analitica del palmares rivela, invece, gli ordini di priorità e le direttrici tematiche considerate ineludibili dalla giuria di Venezia 83, presieduta da Maggie Gyllenhaal, non sempre in sincrono con il sentire delle sale. Una rosa di premiati che esprime la volontà dei giurati di schierarsi per il quieto vivere, di affrontare sì un discorso politico e di parlare al nostro tempo, ma attraverso l’attenuazione degli attriti, accentando temi sociali fondamentali ma non roventi e decentralizzando spinose questioni geopolitiche.

In quest’ottica si iscrive la scelta politicamente corretta di riservare a NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor il Premio Speciale della Giuria, riconoscimento che fa salva in apparenza la sua collocazione fra i premi principali ma di fatto lo pone all’esterno del podio ufficiale.
Nuova occasione persa – dopo The Voice of Hind Rajab dello scorso anno – per restituire all’arte il potere di aprire brecce nell’informazione, di essere sopra le parti o almeno al servizio della completezza informativa. L’opera è un fortissimo documento d’inchiesta che trova forza nella spietata verità che descrive e nelle delicatissime corde che sfiora, ponendo risposte più che quesiti.
Un pregiato lavoro giornalistico che aveva infiammato gli animi della Sala Grande già alla presentazione, con una storica standing ovation di venticinque minuti, la più lunga mai vista alla Mostra. Con prudenza diplomatica, la Giuria sceglie però di non percorrere sentieri scoscesi anche a costo di segnare una distanza abissale dalle cogenze tematiche del dibattito contemporaneo e di filtrare i flussi valoriali ammessi al convivio.
Il Leone d’Oro a Woman Unknown (Kvinde Ukendt) di May el-Toukhy, abbinato alla Coppa Volpi femminile per Mathilde Arcel, centra l’altro focus sulle istanze egualitarie e risarcisce in primis un concorso ufficiale carente di rappresentatività di genere (la regista danese era l’unica donna), levando un grido ben assestato sull’assenza di vera parità nel mondo artistico, forse non solo lì.

Il film, oltre il suo valore simbolico, è opera densa e strutturata che vive nell’asciutta drammaticità interpretativa di una donna dal cinismo necessario, quasi alimentare, che negozia l’amore per gli agi di una sopravvivenza dorata e protetta.
Un titolo importante, senza dubbio, ma non fra i più connotanti di questa Mostra, che è giunto al podio un po’ a sorpresa spodestando idealmente il favorito Kore-eda, che, con il suo bellissimo ed evocativo Look Back ricorreva nel palmares di ogni accreditato.
C’è poi un curioso parallelismo che unisce il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria a Possible Love del maestro Lee Chang-dong e il premio per la migliore sceneggiatura a Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce per Un bon petit soldat.
I due titoli affrontano di petto il sociale imponendo allo spettatore di non negoziare alcuna emozione e di riflettere sulle disuguaglianze e su un mercato del lavoro privo di fattezze umane. Chang-dong firma una delle sue opere più belle. Il metacinema documentario è innesco di sguardi di classe che si osservano reciprocamente, in una pacificazione sociale di facciata speculare ai rapporti che affiorano in superficie mentre nell’animo silente dei protagonisti il sangue ribolle.
Nel nuovo film di Brizé, interpretato fra gli altri da Alba Rohrwacher e Vincent Lindon, il dilemma morale è insito nelle opposte cortine di un’umanità aziendale in bilico, tra salvaguardia del benessere individuale e spietata turboperformatività.
Meritatissima la Coppa Volpi maschile a John Malkovich per Wild Horse Nine di Martin McDonagh. La sua è una mimesi completa: Malkovich è una maschera crepuscolare che cela attraverso un sarcasmo sornione l’abisso del senso di colpa di un’intera esistenza votata agli intrighi internazionali.
A completare il palmarès e la direttrice estetica della giuria, il Leone d’Argento per la migliore regia ad Ilya Khrzhanovsky per DAU.

Un riconoscimento al cinema come dispositivo totale di intersezione artistica e sperimentazione. Un’opera colossale e radicale che esorbita ogni confine cinematografico e ridelinea la forma del semi-biopic attraverso un progetto espressionista e performativo sull’indole umana e sulla subalternità dell’autoritarismo.
Al suo sbarco al Lido, il peso concettuale dell’opera era stato offuscato da un fitto velo di polemiche politiche, dissipate dallo stesso regista durante la premiazione con parole nette di fratellanza e sostegno al popolo ucraino.
Di segno diverso il Premio Marcello Mastroianni attribuito a Malou Khebizi per 15/18 (A Place to Heal) di Cédric Kahn. Un riconoscimento all’intensità interpretativa di una giovane e promettente attrice, che incarna con misura il disagio psichico in un film corale sull’adolescenza problematica.
Restano fuori dal podio gli italiani in concorso: nonostante la massiccia presenza di titoli di rilievo nessuno di questi è riuscito a persuadere i giurati.
Il maggior rammarico è per L’estranea diPaoloStrippoli, un film di genere dal respiro internazionale che funziona come un orologio svizzero: perfetto nei tempi, nelle interpretazioni, nel dosaggio dell’angoscia e persino nelle musiche. Un titolo che certamente farà molta strada anche senza il suggello leonino.
Venezia 83 parla, dunque, attraverso un Palmarès che non può ridursi ad elenco. Ogni titolo è emblema di un percorso cinematografico specifico che si muove tra la necessità del racconto politico e l’intransigenza della forma visiva.
Un concorso d’impellenze che consacra la vocazione più autentica della Mostra, riannodando i fili di un discorso che comunica l’umano attraverso i suoi estuari, che solca la realtà per echi di sponda.
Simon


