23.11.2025 – Dal 21 al 29 novembre Torino si conferma dimora eletta di visione e avanguardie, in un percorso di scoperta che celebra la qualità e l’innovazione cinematografica
Lo spazio del visivo è spesso occupato impropriamente, colmato da materia che non significa, non evoca, non permea gli sguardi: un esercizio di sterile scuola che alimenta solo chi lo lo produce e restringe inevitabilmente il raggio d’acume di chi ne fruisce.
Per converso il senso dell’arte pura si rifugia più alto che mai nei luoghi sacrali della autorialità che divengono imprescindibili presìdi di cinematografia e nel contempo confortevoli luoghi dell’anima.
Il TFF, giunto quest’anno alla sua 43^ edizione, svetta nel Pantheon degli spazi simbolo dell’arte cinematica, un’oasi dal taglio museale che esalta da sempre la qualità della materia filmica vera e si muove vivace fra geografie visive liminali e nuove urgenze poetiche, sincrone con l’odierno.
Una cartografia del visibile che preferisce la potenza degli sguardi significanti ai territori già battuti, posandosi sulle latitudini estreme, sfiorando filmografie non edite – Ciad, Estonia, Slovenia, Filippine, Iran, Turchia, Bulgaria, Romania – per stanare il talento e la pienezza dell’immagine nel buio silenzio del cinema inesplorato.
Non è un vezzo d’esotismo ma piuttosto un approdo su lidi cinematografici che conservano il fervore entusiasta, la pulsione artistica e l’azione rigenerativa ormai alieni alle realtà consolidate.
Lo sguardo si volge, dunque, ad opere prime e seconde che si nutrono della temperie festivaliera ed in essa si perfezionano in un mutuo scambio di riscontri che porta al vertice l’esperienza visiva.
Tra i titoli di maggior attesa Diya di Achille Ronaimou che porta l’idea del cinema dove il cinema è poco più che un’idea o Cinema Jazireh di Gözde Kural meraviglia produttiva centrifuga che allinea l’oriente d’Europa all’oriente geografico o ancora alla Slovenia in concorso di Ida Who Sang So Badly Even the Dead Rose Up and Joined Her in Song di Ester Ivakič, che infonde al canto sentori soprannaturali.
Il TFF intreccia poetiche, seleziona visioni ed assume posizioni per sfuggire ad ogni consuetudine e carezzare con incisività lo spettro del presente.
Una delle grandi direttrici di questa 43^ edizione è lo studio della realtà attraverso la lente femminile, presente in ben dieci delle sedici opere in concorso. Una scelta non casuale che documenta una maggiore lucidità di sguardo delle autrici contemporanee rispetto ai loro colleghi maschi ed evidenzia, nel contempo, la lungimiranza di un festival che da sempre è in prima linea nell’intercettare i rinnovamenti del sentire artistico.
D’altronde la sfera percettiva del femminile è libera da ogni gravame muscolare e si limita a puntellare il vero con rigorosa efficacia narrativa come preannunciano Eva di Emanuela Rossi e The Garden of Earthly Delights di Morgan Knibbe, due fra le opere di maggior risonanza del concorso.
Tema portante di questa edizione è l’infanzia, esplicitazione metaforica dell’anima stessa del TFF intesa come sguardo primigenio sulla realtà, con tutto lo stupore ed il senso di scoperta della prima osservazione.
Un viaggio appassionato che non conosce rimandi né convenzioni ma si sostanzia del suo farsi, in un continuo esplorare che costituisce semplice ma essenziale materia d’approfondimento.
È la stessa intensità contemplativa che traspare dalla luce profonda negli occhi magnifici di Paul Newman, cristallizzata dal manifesto ufficiale di questa edizione.
A Newman, che ha riscritto le regole del cinema americano, il TFF dedica una ampia retrospettiva nel centenario dalla sua nascita.
Newman condivide col festival lo stesso ardimento dello sguardo bambino e con esso la continua tensione innovatrice ed icolonoclasta, che privilegia o non marginalizza le lateralità in favore di una visione il più possibile aderente al vero.
Torino, all’ombra della Mole, come ogni anno per nove giorni interroga sullo stato dell’arte favorendo proposta, sperimentazione e visione per un cinema nuovo che ignori le sirene del mercato e dia voce esclusiva alla necessità dello schermo riscrivendo e rielaborando i codici per formare una nuova classe di cineasti consapevole ed appassionata.



