27.03.2026 – In un dialogo con Paolo Mereghetti, il regista Giuseppe Tornatore prende parola, calorosamente accolto nel Teatro Petruzzelli dal pubblico del Bari International Film&TV Festival 2026, a seguito della proiezione del suo film “La migliore offerta” (2013).
Tra aneddoti con il sapore di incredibile che solo il cinema può custodire con il suo parlato orgogliosamente intriso delle sue origini, a parlare non è solo un regista da Premio Oscar ma un uomo che ha passato la vita a spiare la realtà dietro un vetro, cercando di catturarne l’essenza prima che questa si accorgesse di essere guardata.
Il suo è un dialogo intimo, dove il cinema cede il passo alla memoria e la tecnica si scioglie nella poesia dell’osservazione.
La fotografia: una scuola di sguardi nascosti
Tutto comincia con una macchina fotografica al collo, regalatagli a soli dieci anni, un oggetto che per il giovane ragazzo di Bagheria non era un accessorio ma una parte del corpo.
“Uscivo con la macchina fotografica come si esce con le scarpe, senza le scarpe non puoi uscire“.
Questa prima stagione creativa è stata la sua vera palestra. Non cercava la posa, ma il momento rubato, influenzato dai maestri Mimmo Pintacuda (mancato nel 2014) e Ferdinando Scianna. C’era una sorta di timore reverenziale, quasi una superstizione, nel suo modo di operare: nei primi anni fotografava le persone di spalle per paura che, accorgendosi di lui, la “magia” svanisse in un istante. È in questo lungo esercizio di pazienza che è nato il regista che conosciamo: “Quella è stata forse la mia vera scuola di cinema: osservare la figura umana”, le code degli anziani che ritiravano la pensione agli uffici postali, gli scioperi, le manifestazioni, le processioni.
Il profumo della libertà assoluta
Una punta di nostalgia attraversa Tornatore quando ricorda gli anni del “passo ridotto”, del Super 8 e dei risparmi bruciati per comprare poche bobine di pellicola. Era un tempo in cui la creazione non doveva rispondere a logiche di mercato, distributori o piattaforme – “Ancora oggi ai miei occhi rimane l’esperienza più libera della mia vita professionale. La fotografia e il passo ridotto…erano il sinonimo della libertà assoluta”.
Il paradosso di “Nuovo Cinema Paradiso”
Il racconto del suo capolavoro più amato, Nuovo Cinema Paradiso, svela un retroscena fatto di fallimenti e “tagli chirurgici”. È incredibile pensare che il film che ha commosso il mondo sia stato, inizialmente, un disastro al botteghino italiano.
Tornatore ricorda con amarezza quando, per dimostrare che non era la durata il problema del mancato successo, decise di amputare la pellicola di quasi mezz’ora: “Tagliai e dissi: ecco, fategli fare i soldi. Fu la vittoria di Pirro, perché avevo dimostrato che non era la lunghezza il problema, ma avevo fatto un film che non interessava a nessuno“. Il trionfo agli Oscar arrivò solo dopo una serie di peripezie diplomatiche e una lettera aperta del produttore Cristaldi, che convinse la giuria a puntare sul film con più probabilità di vittoria, non necessariamente il “più bello” dell’anno.
Il complesso dell’opera prima
Nonostante la carriera sterminata, Tornatore confessa di vivere ogni nuovo set con un’inquietudine persistente, quella che lui chiama il “complesso dell’opera prima“. Questo è il motivo per cui non ha mai voluto un attore feticcio: “Quando faccio un film penso sempre che sia il mio primo…quindi non mi posso riferire psicologicamente a un attore che mi è stato amico e che mi dà sicurezza“.
Ogni storia richiede un volto nuovo, una nuova sfida, come quando intuì uno spessore drammatico e della stoffa in Teo Teocoli per “L’uomo delle stelle”, una battaglia poi persa contro le logiche dei produttori che volevano un “nome da botteghino” – Il film fu di fatto poi interpretato da Sergio Castellitto.
Le ferite dei sogni non realizzati
Il bilancio finale di Tornatore è sereno, ma non privo di cicatrici. Se non ha rimpianti per i film girati – anche quelli “zoppicanti” – il dolore resta per ciò che è rimasto nel cassetto, come l’ambizioso progetto su “Leningrado” o “Il sognatore indiscreto”.
Quest’ultimo, in particolare, era un film pensato per essere visto e non letto: “Era un film che non era fatto per essere scritto, era un film per essere direttamente visto“. Un’opera che forse oggi, suggerisce con un tocco di modernità, l’intelligenza artificiale potrebbe aiutarlo a mostrare ai produttori così come l’aveva immaginata.
Tornatore lascia il palco del Petruzzelli con la promessa di nuovi film, fedele al suo metodo di sempre: fare solo ciò che gli piace, continuando a guardare il mondo con quella stessa curiosità di quando, a dieci anni, camminava per le strade di Bagheria con la macchina fotografica in spalla, cercando di non farsi notare.
Questa edizione del Bari International Film&TV Festival 2026 gli riserva una Retrospettiva, intitolata “Nuovo cinema Tornatore” ed il premio Arte del Cinema, conferitogli dal direttore artistico Oscar Iarussi: “erede e custode della grande cultura mediterranea ed europea, raffinato e popolare al tempo stesso“.
Lucia Chianura
