4.09.2026 – La dimensione naturale cela in sé ogni chiave dell’umano. Questo è l’eco recondito di D’ici là, ultima opera della regista Sarah Leonor presentata in concorso al 79mo Locarno Film Festival.
Voto: ***
Tre raffigurazioni, in apparenza avulse, tre diversi rapporti con il mondo vegetale, si lambiscono senza consapevolezza all’ombra dell’imponente Massiccio dei Vosgi.
Tre convergenti fluttuazioni vitali si muovono soffuse fra gli arbusti rassicuranti del Massiccio dei Vosgi in una rugiada quasi crepuscolare.
La solitudine che traluce dalla dimensione umana dei tre protagonisti è attutita, colmata, dall’abbraccio della flora che ascolta preghiere impronuciate, interpreta silenzi profondi, svela il senso intimo dell’io.
Tre stagioni – autunno, inverno, primavera – per tre personaggi racchiusi nelle immagini di un haiku.
Lucien non cerca che quieto solipsismo, via dalla pazza folla, allo stesso ritmo ghiacciato e immobile dell’ambiente che osserva, facendo suo quello stesso respiro incontaminato. Non una fuga, bensì una ricerca minerale di connessione eterea; un rifiuto del corruttibile, del terreno, del caduco. Ogni suo movimento è sincronico con il silvano, senza opposte interferenze o divagazioni umane.
È un vagare di deliberata astrazione che rifiuta l’interazione in favore del puro conforto naturalistico. L’autoccultamento ai suoi simili è il riflesso condizionato di una tensione osmotica verso il boschivo che finisce per affievolire benevolmente i confini fra umanità e mondo vegetale.

Un isolamento di cinque settimane che si consolida ed acuisce dopo l’incontro con l’amica Laura decisa a riportarlo alla civiltà. Allo spettro del riadattamento urbano Lucien risponde senza dialogare imboccando le profondità del bosco.
Aline cerca requie al suo “spirto” selvaggio nella ricerca della fiera fra il foliage. Il lupo come suo doppio animale ma anche archetipo raffigurativo di una angoscia interiore. Il suo animo si rifugia nella sibilata confortevolezza del bucolico per acquietare e lenire il timore di una incipiente battaglia con un corpo che, al di là delle apparenze, è ammutinato e in rivolta.

La bolla incontaminata e sospesa degli elementi nudi e avviluppanti distoglie il pensiero, lo placa, lo inganna, traslando il quotidiano in un altrove di essenza che non subisce morbi terreni, portandole in dono il nerbo di alberi nodosi e secolari – imperturbabili ad ogni futile distoglimento corporeo – linfa di una proattività pugnace ed oppositiva.
La sua attività di ricerca e tracciamento è in solitaria, lontano dal suo amante in missione in Africa, per stanare la bestia con fototrappole, far luce dentro di sé su una lotta invisibile.
Jade, alla sua primavera, non sente la verità nella propria esistenza: la dimensione metropolitana pare opprimerla come se il cemento che la cinge nell’urbano materializzasse esteriormente un peso interiore. Il suo sguardo insegue il fogliame e l’epifania di cui è araldo: lo spazio boschivo, vastissimo e senza intermediazioni, svela il senso di una individualità inquieta che cerca se stessa anche senza averne piena comprensione.

Distante dalla città e dai travolgimenti umani la sua insofferenza si scioglie, il suo essere si libra in un moto autocoscente che finalmente allontana ogni smog esistenziale rinascendo a forma adulta nuova e consapevole.
Jade è sull’uscio delle prime scelte d’adultità, che la chiamano ad abbandonare la famiglia, a intraprendere gli studi nella grande Parigi, a misurarsi con la propria conformazione sensuale. Il Massiccio è custode di tre interiorità non comunicate, di tre tensioni paniche che si sfiorano senza incontrarsi con la stessa grazia non giudicante della natura che li sovrasta e sostiene.
Leonor abbandona il racconto squisitamente terreno dei suoi primi film per abbozzare con delicatezza un inno spirituale che trasmuta l’animo umano in tinte naturalistiche con una cura registica quasi documentaria. Dopo la rivelazione a Locarno 2009 con Au voleur Leonor torna al festival con il suo terzo lungometraggio che spinge ulteriormente verso una mistica contemplativa di stampo naturalistico.
L’ambiente, splendido e primeggiante, è il vero obiettivo della macchina da presa che ne studia colori, stagionalità e cicli. La fotografia di Laurent Desmet, lavorata en plein air sulle stagioni, trasforma il paesaggio in un respiro che accompagna i personaggi. La reattività organica della fitta natura comunica direttamente con i primi piani dei protagonisti accogliendo con austerità quasi confessionale i loro turbamenti.
Il parlato è misurato, discreto, per non sovrastare il linguaggio incontaminato dell’immagine silvestre che osserva e risolve le passioni umane con la stessa saggezza dell’ecosistema che rappresenta, che ha visto i secoli scorrere senza mai instaurare una collisione giudicante e competitiva con l’uomo.
Simon
Tutti i diritti sono riservati. Le fotografie sono utilizzate esclusivamente a fini editoriali e sono state gentilmente concesse dall’Ufficio Stampa del Locarno Festival



