03.05.2026 –  ”Michael”, l’opera biografica diretta da Antoine Fuqua e incentrata sulla vita del Re del Pop, in questi giorni al cinema, si pone l’obiettivo ambizioso di mappare la distanza, spesso incolmabile, tra la fenomenologia dell’artista e la fragilità strutturale dell’uomo. Il regista lo fa con assoluto rispetto, in punta di piedi, evitando di scivolare nel vortice di giudizi, polemiche e scandali.

L’Artista: La Metodologia del Perfezionismo

Il ritratto che Fuqua offre della carriera di Jackson scava nel rigore ossessivo che ha segnato la sua formazione. Il film racconta Michael non solo come interprete, ma come creatore assoluto del suo sound e della sua immagine, soffermandosi sulla meticolosità della produzione in studio e sulla scomposizione dei movimenti coreografici, rivelando come il “genio” fosse in realtà il risultato di una disciplina quasi militare. Attraverso l’interpretazione di Jaafar Jackson (figlio di Jermaine Jackson e nipote del Re del Pop), il film esprime la metamorfosi fisica che avveniva nel momento del contatto con il pubblico.

Sul palco, l’uomo scompare per lasciare spazio a un’entità che domina lo spazio e il tempo. Lo spettatore si ritrova a percepire l’aumento di intensità dei respiri, come se si potenziasse la sua presenza e, con essa, la scansione  ritmica del suo battito cardiaco.

L’Uomo: La Frammentazione dell’Identità

Parallelamente alla scalata verso il successo assoluto, il film traccia il profilo di un individuo la cui crescita emotiva è rimasta intrappolata nelle dinamiche di un’infanzia e un’adolescenza vissute in maniera anomala, contraddistinte da una profonda solitudine, specie rispetto al rapporto con i suoi pari.

Mentre la madre Katherine Jackson (Nia Long) viene rappresentata come il cuore pulsante della famiglia e l’emblema della tenerezza, la pellicola affronta senza sconti l’influenza di Joe Jackson (Colman Domingo). L’uomo, che Michael non chiamerà mai papà, esercita un complesso sistema patriarcale di cinghiate e di pressione così forte da soffocare l’espressione stessa dell’amore paterno.

Quella volontà di salvare i figli dal proprio destino di stenti, coltivando i loro talenti nella Band dei Jackson Five, lancerà il Re del Pop nel mondo della musica, ma non senza ripercussioni. Paradossalmente, il trauma sarà il motore di tutto.

Quel vissuto rappresenterà per Michael ombre tenebrose, il nomignolo “nasone“, usato dal padre con tono di rimprovero, per riportarlo sulla terra dopo l’errore in una performance, risuonerà nella sua testa come un richiamo alla condizione di sudditanza, vissuta dai neri, che dovevano guadagnarsi tutto con più fatica, incidendo sulla sua voglia di sgravarsi di quel marchio, di cambiare volto; come per dimostrare che niente ci può limitare davvero, nemmeno i connotati fisici.

In questo contesto emerge l’incapacità di Michael di distinguere il mondo reale da una realtà costruita a propria immagine (Neverland). Più la sua fama diventava universale, più il perimetro della sua libertà si restringeva, portandolo a un distacco dalla percezione comune della moralità e delle convenzioni sociali.

“Michael” non è un film che cerca di assolvere o condannare, ma di comprendere la complessità. Il merito principale della pellicola risiede nel mostrare come l’artista Jackson sia stato, per certi versi, la prigione dell’uomo Michael. Le immagini restituiscono la solitudine di chi siede sul trono, il bisogno continuo di curare le ferite del passato attraverso una bellezza artificiale, fallendo inevitabilmente nel tentativo di conciliare il mito con la propria umanità.

È un’opera densa, che richiede un distacco analitico per essere apprezzata nella sua interezza. Dopo l’incredibile successo del film, è stato ufficialmente confermato il sequel.

Lucia Chianura