Voto: ***1/2
Un apologo asciutto sull’assurdità del male come norma esibitoria, che racconta la cronaca e l’odierno, rifuggendo ogni forma di strumentalità da piccolo schermo.
Non è facile trasferire la cronaca da prima pagina sul piano cinematico con misura ed impeccabilità filologica, rinunciando ad ogni furberia stilistica.
40 secondi di Vincenzo Alfieri, giustamente insignito del Premio speciale della Giuria, per il cast alla 20a edizione del RoFF, è riuscito nell’impresa. Il film rielabora la realtà a partire dall’ottimo ausilio narrativo del libro d’inchiesta di Federica Angeli e restituisce allo schermo un racconto di aspro realismo che ripercorre l’omicidio di Willy Monteiro Duarte.
La vicenda è tristemente nota, ma la maestria di Alfieri trascende il mero tragico descrittivismo in favore di una resa visiva intrigante e densa, che si sofferma sui caratteri dei protagonisti per cercare di decifrare un’escalation di violenza di assoluto non senso.
La rappresentazione dei fatti è parcellizzata, graduale, e perciò acuita a livello tensivo, attraverso un racconto per tessere che procede su piano orizzontale, in parallelo con l’approccio singolare della macchina da presa ai diversi personaggi. Un flusso di coscienza corale che giunge a compiutezza analitica attraverso la prismaticità delle diverse soggettività prospettiche.
Il registro del dramma è solido e mai forzato, tutto è coerente alla raffigurazione di una apparente gratuità di azione e reazione in un mondo ultra muscolare che sembra osservare soltanto i dettami della ferinità più basilare. La strada osservata da Alfieri è diversa da quella inquadrata da Caligari e Marco Risi che proseguivano programmaticamente il discorso pasoliniano sulla gioventù di margine, estromessa dalla società borghese. L’estetica di Pasolini era nel contempo etica e sussumeva una riflessione dritta e senza sconti sulla verità dell’essere che, nella sua visione filmica quasi antropologica, riposava solo nelle sacche sociali invisibili all’alta società.
Alfieri echeggia invece maggiormente, per impostazione e tradizione, l’immaginario sociale, composito e indefinito, di Mare Fuori, ma con maggiore attenzione alla complessità del discorso. Un’umanità magmatica che ha illusoriamente bypassato ed inglobato le distanze ma che riconosce anche cittadinanza a condotte una volta censurabili, quasi a mostrare le crepe di un tessuto sociale in profonda crisi valoriale.
Sintomatico è il rapporto tra Cosimo (Enrico Borello, premiato per l’interpretazione) e Maurizio (Francesco Gheghi), due personaggi che costituiscono il primo motore dell’assurdo debordare del male. E’ il classico stilema del soverchiamento del debole da parte della caratterialità dominante, che suscita per ciò stesso ammirazione acritica ed irrazionale, sino ad indurre ad una negoziazione totale dei propri valori pur di dimostrare di essere all’altezza del modello idolatrico.
Così l’apprezzamento mal posto in discoteca diviene rito di passaggio per esibire un malinteso senso di virilità raggiunta che non si cura di prevedere le conseguenze altrettanto fuori logica che dal gesto potrebbero scaturire.
Al pari, perfettamente tratteggiati i fratelli, frutto di un attento e pertinente street casting, con il loro portato di mascolinità steroidea ed ipertrofica. Un quotidiano vissuto per lo più attraverso l’esibizione via social che diviene vessillo di un idea esistenziale che rinuncia totalmente all’essere per soggettivizzare l’apparenza come se al di là di ciò che è possibile mostrare nulla esista. Tutta l’architettura del film è ineccepibile nel delineare perfettamente la labilità dei confini sociali, di una generazione che ha rinunciato a fare differenze e a prendere le distanze dalle zone grigie, incitata, con ogni probabilità, da una vulgata musicale e sottoculturale che sdogana la sopraffazione ed il sopruso come massima espressione di forza comunicativa contemporanea. L’aspetto, infatti, più doloroso e riuscito del film è la accurata rappresentazione di una tragedia evitabile che si rafforza nella denuncia della sua assoluta carenza di eccezionalità. È un monito visivo che vive nell’inspiegabilità di una ferocia sciocca e scioccante che si consuma nello spazio di pochi attimi esorbitando ogni razionalità.
Alfieri sceglie, dunque, una raffigurazione dell’ordinario nella quale, con rispondenza quasi documentaristica emerge il resoconto di una serata qualunque di qualsiasi realtà suburbana italiana ed è questo a scavare più d’ogni cosa nell’animo dello spettatore. In linea con questa tesi sostanziale si muove la scelta stilistica che alterna il montaggio frenetico tipico della narrazione giovanile a primi piani analitici che svelano l’indole dei protagonisti attraverso i loro sguardi.
40 secondi è dunque una parabola necessaria che non romanza né strumentalizza il dramma, ma lo osserva con nudo realismo per favorire, attraverso una presa di distanza naturale ma consapevole, l’innesco di una diversa coscienza civile che sposti l’interazione fra individui oltre il livello post adolescenziale, su un piano di coesione matura e moralmente solida, fondata sulla reciproca accettazione.



