21.12.2025 – Il sangue ha il suo prezzo che il cuore non conosce, parafrasando Pascal. E’ la Diya, paradigma di una ancestralità ferina di matrice tribale e paleolegislativa che riconosce un pretium doloris al delitto ed affoga nel quantum l’irrisarcibile.

Diya

di Achille Ronaimou

Voto ***1/2

Un barlume involuto e vile di giustizia pseudo riparativa che baratta col danaro la nemesi di faida. Il film di Ronaimou, al suo esordio nel lungometraggio, porta il nome di questa consuetudine musulmana ad indicare chiaramente il fulcro del discorso filmico e nel contempo il suo stesso punto di svolta. 

Dane, il protagonista, è un autista di una ONG che incontra il dramma sulla sua strada. L’accidentale quanto imprevedibile investimento del piccolo Younous è motore di  crescente apprensione che diviene dolore con la notizia della morte del bimbo. Un evento inaccettabile per un’intera famiglia-tribù che al conforto della legge moderna preferisce il  tradizionale abnorme ristoro monetario. L’antica consuetudine  è intesa quale modalità univoca di rifusione dell’ingiusto ed insieme strumento sanante di una ferita di stirpe che plachi, lei sola, le ansie di perpetuazione del sangue.


Il dramma intimo sfugge però ad una dimensione tipicamente privata e si apre all’azione, seppur di misura, nel racconto di una disperata ricerca di danaro che coinvolge, in una logica partigiana e collettizia, l’intero gruppo di appartenenza del protagonista per poi allargarsi sino al nord del Ciad in un viaggio desertico per zone opache che lambiscono il crimine. Ronaimou trasfonde nel mostrato la sua attitudine documentaria restituendo allo spettatore tutto il portato veridico di una storia di finzione che potrebbe essere reale in una cornice umana ed ambientale di asciutta essenzialità. 

La regia è scabra, classica, quasi a voler agire per sottrazione ed echeggia un cinema di puro contenuto che sbarra la strada al superfluo. 

Un omaggio ad un modo di fare cinema dimenticato dall’industria che privilegia la poderosità significante ad ogni furbizia attrattiva per tornare alla storia come fulcro.

É la stessa estetica da apparente presa diretta espressa da Kiarostami che incontra le anse introspettive dei Dardenne. Ogni raffigurazione risponde alla logica della semplice osservazione che si carica così di sola concettualità. Tutto è racchiuso nei primissimi piani e nell’interazione dei campi lunghi e lunghissimi, che alternano l’emozionalità dei singoli alla sterminata comunicativa opprimente dell’ampiezza d’ambiente. 

Il regista diviene perfetto cantore del Sahel e delle sue contraddizioni nel racconto di una terra che fatica ad abbandonare gli usi pre-statuali e guarda solo di sottecchi alla modernità senza però assimilarla: il progresso resta sull’uscio, visibile ma inaccessibile. 

Lo sguardo del protagonista tesse sullo schermo i gangli vitali della società ciadiana: working class,  arretratezza sanitaria, distanze sociali, giustizia di popolo che sopravanza i laschi tribunali, vischiosità criminose— cristallizzando l’esperienza di una  terra sospesa nella zona limbica  post coloniale.
Un racconto innervato di senso morale che alterna e sposta il complesso di colpa vicendevolmente sui diversi protagonisti in un gioco di ambivalenze psicanalitiche, sottili e ficcanti, che incollano lo spettatore alla poltrona. 

I piani del peccato si fondono e confondono fino a ribaltare il terreno delle certezze granitiche in un coup de théâtre catartico e spiazzante, che rilegge la storia e racconta di arguzie meschine e povertà strutturali che si nutrono dell’arretratezza patriarcale di stampo autoctono che opprime per definizione. 

In un climax greco-tragico di una plurale drammaticità, Dane raggiunge la liberazione dallo stigma attraverso un gioco a somma zero che non annulla il giogo ma lo trasferisce sul nucleo originario – il quale subisce, in sua vece, un ritorno alla privazione totale dell’essere.
Non un vero turning point, dunque, ma un semplice ritorno al punto d’avvio in un gioco dell’oca senza vincitori né vinti, che documenta la stasi di un retrivismo culturale, ombelicale ed invalicabile.