7.03.2026 – Ramsay infrange il tabù del post-partum per estendere oltrela soglia del comfort il discorso sull’autodeterminazione femminile
Die My Love
Di Lynne Ramsay
Voto: ***
In programmazione su MUBI
La maternità diventa matrigna se l’adesione convenzionale sopravanza l’autodeterminazione.
L’ultima opera della regista scozzese Lynne Ramsay, in concorso a Cannes e presentata nella sezione Best of alla 20a Festa del Cinema di Roma, è un lavoro di ambizione e libertà narrativa che riesce nell’intento di smuovere l’osservatore.
Ramsay non distoglie lo sguardo dalla materia interiore del trauma e prosegue il viaggio nella percezione della colpevolezza iniziato con Ratcatcher, Morvern Callar e We need to talk about Kevin, per scalfire l’ipocrisia di un sociale che omette volutamente dal discorso il disagio di una maternità che finisce per abiurare se stessa.
L’urgenza registica è tradurre in materia filmica l’inconscia insofferenza al dettato sociale, che salda a priori il femminile alla funzione procreativa, fino al superamento del trauma nell’epifania del dolore.
Grace (Jennifer Lawrence) va a vivere con il suo compagno Jackson (Robert Pattinson) nel Montana più profondo. L’idillio coniugale si frantuma nell’abisso ansiogeno e delirante che accompagna un passaggio di stato non del tutto meditato. L’isolamento territoriale – grancassa di solitudine – asseconda il processo elaborativo, individuale ed esiziale, di una gravidanza desiderata ma istintivamente subita.
Ramsay rompe il tabù della depressione post-partum per restituire al femminile l’imperativo di dignità e libertà individuale, e una dimensione dubitativa circa la propria vocazione generatrice.
Non esistono strade da percorrere, sembra dirci, ma piuttosto un selciato emancipativo individuale. Grace infrange la composta ritrosia delle dinamiche civilizzate per tornare ad una natura che esalti l’animalità delle funzioni essenziali: l’amplesso diviene apoteosi del rapporto immediato con la realtà in un acme di sudore, sangue, polvere. L’autoerotismo, invece, è conferma della brutale sopravvivenza gineceica ed autarchica rispetto al materno.

Jackson è impotente, osserva, partecipa con poca parte in commedia al fervore dei sensi prima, al deflagrare del dramma poi. È primo e privilegiato spettatore del film di una vita che si macera accanto a sé senza che egli possa incidervi.
Grace nel suo vaneggiare quasi fantasmatico trova conforto solo nella dimensione ambientale, selvaggia e sconfinata, fugge nottetempo dalla casa come simbolo di sovrastruttura civilizzata per ritrovarsi libera nell’oscurità dei campi.
Il buio totale concilia con il suo stato interiore che repelle il lucore degli astri, forse per timore di autoannientamento nella maestosità del cielo.
La sua è un’esistenza ingabbiata nell’angustia della culla, camera grandangolare di un mondo senza vincoli che, osservato dalla prospettiva neonatale, appare sterminatamente grande.
Una fiera lacerata e sfinita che asseconda i suoi istinti libertari ed evasivi: neppure la spinta fedifraga per un ignoto motociclista nero riuscirà a tacitare l’oscurità dei suoi pensieri.
Jackson, perso ormai ogni contatto complice, non può che stanare l’animo belluino di Grace con aggancio rasoterra e discesa nella scala evolutiva; la rinuncia alla posizione eretta si tramuta così in congiunzione carnale, agreste e paritetica alla dimensione ormai brada della sua amata.
La sola via d’uscita è dunque clinica: un percorso che scavi in un passato presentissimo e associ alla paura dell’abbandono l’incapacità di Grace di legarsi stabilmente.

Una figlia, suo malgrado privata della simbiosi materna, si tramuta in una madre che rifiuta la connessione filiale con echi quasi medeici.
Ramsay conferisce visione all’inconscio attraverso l’asciuttezza di una fotografia che esalta le sfumature della notte e cattura l’orizzonte con slancio documentario.
È uno sguardo malickiano naturalistico-intimista che richiama “To the Wonder” e “Badlands”, dalla forte valenza significante ma in diretta antitesi alla conflittualità di Grace con la grazia del mondo.
Gli interni della casa invece, opachi e sospesi, sono abitati visivamente dal sordo disagio familiare che preesiste al tormento della protagonista.
Il mostrato alterna alla rappresentazione della realtà la materializzazione di una psiche in fiamme senza requie né comprensione. Un disagio che cova sotto la coltre del focolare ed emergerà soltanto con il suo deflagrare.
Il flashback dell’incontro di Grace durante la gravidanza con la famiglia di Jackson è rivelatore: le granitiche certezze del ramo femminile sembrano quasi sottrarle il fiato ed esplicitano le ragioni di quel gravame emotivo in progressivo incistamento che culminerà con la messa al mondo.
La suocera Pam (Sissy Spacek che richiama nuovamente Malick), è contraltare e breccia esistenziale, unica identità femminile che accoglie Grace nella differenza.

Due esistenze saldate nel lutto: l’una dal distacco dal compagno di una vita (uno svagato Nick Nolte che intuisce per primo la tempesta interiore di Grace), l’altra dal tormentato abbandono di una piena libertà. Due dolori, per paradosso, conversi: ciò che l’una rimpiange, l’altra detesta.
La regia di Ramsay, disallineata e sbilenca, asseconda l’agire corsaro di Grace alternando al rigore formale della camera fissa improvvisi sprazzi visivi in primissimo piano, quasi performativi.
Il registro ossessivo mutua stilisticamente l’estetica lynchiana di Mulholland Drive e flirta con la suspense, richiama l’Antichrist di Von Trier insinuando accenni sensuali e panici nel gioco d’orrore che diviene di grande portata visiva.

Su tutte la potente scena del latte materno stillato dal seno di Grace che si mescola all’inchiostro della sua scrittura in crisi in un simbolico coagulo di nascita e morte nel chiaroscuro della notte stellata.
Un plauso alla scelta del cast che funziona nell’affresco d’insieme: la Lawrence, contro ogni previsione, riesce impeccabilmente ad indossare il dramma che sprizza dai suoi occhi bestiali ed iniettati d’impazzimento.
Pattinson è spalla sbiadita, inerte e pavida con presenza sussurrata ed evanescente, tuttavia credibile.
L’autrice ha chiara la sua idea di cinema e la realizza convintamente, desta pensiero, invece, la continuità della scrittura che sembra incespicare nella seconda parte del film (in particolare nella resa depotenziata e narrativamente scialba del ritorno a casa di Grace).
L’immagine e l’immaginario si perdono in una cupezza ad oltranza che, privata di supporto contenutistico, diviene effettismo.
Un peccato perché l’incipit in pianosequenza con spazialità multilivello quasi teatrale è da annali del cinema e lasciava presagire una cura etico/estetica che purtroppo il film non sostiene per tutta la sua durata.
Il percorso di rehab non è affrontato a dovere e sottintende rilievi psicanalitici che avrebbero potuto innalzare ulteriormente il valore dell’opera, rilevante per il coraggio tematico.
Ramsay desacralizza la maternità ad uso trasversale – anzi principalmente maschile – detronizzando la retorica della nascita come gioia infinita. Restituisce arbitrio terreno alla visceralità di un essere generante finito che ben può optare per la non perpetuazione.
Una riflessione tanto poderosa quanto impopolare e laterale, proprio per questo necessaria al dibattito, d’altro canto – secondo la chiosa della stessa protagonista, “siamo fatti per vivere a lungo e poi estinguerci”.
Simon


