16.06.2026 – La 62ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema si apre con Roberto Catani, Mauro Santini e il racconto di Valter Scavolini, prima di portare il grande schermo in Piazza del Popolo e sulla spiaggia. Una prima giornata che riafferma l’identità di un festival capace di tenere insieme ricerca, territorio e partecipazione.
C’è già una precisa dichiarazione d’intenti nella giornata con cui, sabato 13 giugno, si è aperta la 62ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. Prima ancora dell’avvio del concorso e delle retrospettive, il festival diretto da Pedro Armocida ha scelto di presentarsi attraverso le immagini, i processi creativi e i luoghi: il disegno e l’animazione, il cinema diaristico, la memoria industriale della città, il patrimonio artistico marchigiano e, infine, la dimensione collettiva delle proiezioni all’aperto.
Un’apertura che non ha cercato il consueto effetto da red carpet, ma ha messo immediatamente al centro quella vocazione alla ricerca che accompagna la Mostra fin dalla sua fondazione. A Pesaro, il “nuovo cinema” non coincide necessariamente con la novità anagrafica o produttiva. È piuttosto un modo di interrogare le immagini, di collocarle in relazione con il presente e di costruire percorsi tra forme, epoche e linguaggi differenti.
Dal segno grafico all’immagine in movimento
La prima giornata è cominciata nel pomeriggio al Teatro Sperimentale con la presentazione dell’identità visiva dell’edizione e della nuova sigla del festival, realizzata da Roberto Catani, insieme al libro P.. Il segno grafico di Alessandro Baronciani e l’animazione di Catani hanno, così, introdotto la manifestazione attraverso due pratiche che condividono una particolare attenzione per la materia del disegno, per il gesto manuale e per la possibilità di trasformare l’immagine statica in racconto.
La sigla, nella sua durata di appena cinquantacinque secondi, non rappresenta soltanto un elemento identificativo o promozionale. Inserita nel programma ufficiale come una vera e propria proiezione, diventa parte del discorso curatoriale del festival: un’opera breve che accompagna e definisce simbolicamente l’intera edizione.
A seguire, il Premio Eleanor Worthington ha ribadito l’attenzione della Mostra nei confronti dell’accessibilità, dell’inclusione e delle immagini capaci di confrontarsi con esperienze e corpi spesso esclusi dalla rappresentazione dominante. Un passaggio che amplia ulteriormente la nozione di ricerca cinematografica, chiamandola a misurarsi anche con le condizioni concrete attraverso cui il cinema viene realizzato, raccontato e condiviso.
Mauro Santini e il cinema come pratica del tempo
Il cuore cinematografico del pomeriggio è stato affidato a Mauro Santini, presente a Pesaro con due opere. La prima, Le feste senza fine, è stata proposta alle 16.15 alla presenza del regista. Santini, autore da sempre legato a una pratica intima e diaristica dell’immagine, torna a lavorare sul tempo, sui luoghi e sulle tracce lasciate dall’esperienza, proseguendo una ricerca nella quale osservazione e memoria personale tendono continuamente a sovrapporsi.
Il suo cinema procede lontano dalle strutture narrative più convenzionali. Non forza gli eventi all’interno di una drammaturgia prestabilita, ma lascia che siano i gesti, le attese, le trasformazioni e gli spazi a produrre il racconto. Una modalità di lavoro che trova una particolare risonanza nell’identità storica della Mostra, da sempre interessata alle forme cinematografiche laterali, alle opere difficilmente classificabili e ai territori di confine tra documentario, diario e sperimentazione.
Santini è tornato sullo schermo del Teatro Sperimentale in serata con Le opere, i giorni. Un diario dal Palazzo Ducale di Urbino. Il film segue gli interventi di restauro del piano nobile del Palazzo Ducale, osservando per tre anni la quotidianità del cantiere, le incognite, le scoperte e le progressive trasformazioni degli ambienti.
Lo sguardo del regista entra nel dietro le quinte di uno dei luoghi più significativi del Rinascimento italiano senza adottare il tono illustrativo del documentario istituzionale. Il patrimonio artistico viene restituito come organismo vivo, sottoposto al lavoro, al rumore, alla polvere e alla cura. Il restauro non è soltanto il soggetto del film, ma diventa una possibile metafora dello stesso gesto cinematografico: osservare, riportare alla luce, preservare e rendere nuovamente visibile.
Valter Scavolini, il territorio e il racconto d’impresa
Tra le proiezioni più partecipate della giornata inaugurale, Valter Scavolini – La vita come grande impresa di Mattia Zanca ha ricondotto il festival alla storia economica e sociale della città. Il docu-film ripercorre la vicenda personale e imprenditoriale di Valter Scavolini, dall’infanzia nel dopoguerra alla nascita di una delle aziende italiane più riconoscibili nel settore dell’arredamento.
Diretto dal nipote Mattia Zanca, il film cerca però di superare la struttura celebrativa del tradizionale documentario aziendale. Ricostruzioni storiche, materiali d’archivio e dialoghi familiari compongono un racconto nel quale la crescita dell’impresa si intreccia con la trasformazione del territorio e con il passaggio tra generazioni.
La presenza di figure provenienti dal mondo della cultura, dello sport e dello spettacolo — tra cui Lorella Cuccarini, Renzo Rosso, Sergio Scariolo, Carlo Cracco e Laura Pausini — testimonia l’ampiezza raggiunta dal marchio. Ma la parte più interessante del progetto risiede probabilmente nella sua origine familiare: nello sguardo di un giovane autore che prova a confrontarsi con una storia ricevuta in eredità, interrogando il rapporto tra memoria privata, identità pubblica e racconto del successo.
Presentare il film proprio a Pesaro significa restituire questa vicenda alla comunità che l’ha vista nascere. Significa anche riconoscere come la storia di un’impresa possa diventare materia cinematografica quando viene osservata non soltanto attraverso i risultati economici, ma attraverso le persone, le trasformazioni culturali e l’immaginario che ha contribuito a produrre.
Dalla sala alla piazza, fino al cinema sulla spiaggia
In serata il festival ha esteso il proprio perimetro oltre le sale, occupando due luoghi centrali della sua relazione con la città: Piazza del Popolo e la spiaggia.
La programmazione in piazza si è aperta con Il tuo profumo, videoclip diretto da Silvia Violante Rouge, prima della proiezione di Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud, proposto a quarant’anni dalla sua uscita. Tratto dal romanzo di Umberto Eco e interpretato da Sean Connery e Christian Slater, il film resta uno dei casi più significativi di incontro tra ambizione produttiva europea, racconto popolare e cultura letteraria.
A introdurre la serata è stata Antonia Fotaras, madrina della 62ª edizione, già interprete della miniserie televisiva Il nome della rosa diretta da Giacomo Battiato. La sua presenza ha permesso di creare un ponte tra due differenti adattamenti dell’opera di Eco e, più in generale, tra cinema e serialità televisiva, mostrando come uno stesso testo possa attraversare epoche, formati e sensibilità produttive diverse.
Nello stesso orario, ai Bagni Agata, la sezione “La vela incantata – Cinema in spiaggia” ha inaugurato il proprio programma con Risate di gioia di Mario Monicelli. Il film del 1960, con Anna Magnani e Totò, è tornato così sul grande schermo in uno spazio informale e aperto, a pochi metri dal mare.
La contemporaneità delle due proiezioni restituisce bene la natura diffusa della Mostra: da una parte la piazza cittadina e un grande titolo del cinema europeo; dall’altra la spiaggia e una commedia italiana capace di unire malinconia, disincanto e vitalità popolare. Due modi differenti di intendere il cinema come esperienza pubblica e condivisa.
Una prima giornata come manifesto
La giornata inaugurale del Pesaro Film Festival 2026 ha anticipato molte delle traiettorie che attraverseranno l’intera manifestazione: la ricerca sui linguaggi dell’immagine, il dialogo tra passato e presente, la valorizzazione degli autori e delle realtà marchigiane, il rapporto con la storia del cinema e l’attenzione verso forme di partecipazione accessibili.
La gratuità di tutte le proiezioni non è, in questo senso, un semplice elemento organizzativo. È parte integrante dell’identità del festival e della sua volontà di riportare il cinema nello spazio urbano, aprendolo tanto agli studiosi e agli addetti ai lavori quanto agli spettatori occasionali e alla comunità cittadina.
Tra il Teatro Sperimentale, Piazza del Popolo e la spiaggia, Pesaro ha ricominciato a trasformarsi in una città-schermo. E il primo giorno della 62ª Mostra ha ricordato come la ricerca cinematografica non debba necessariamente allontanarsi dal pubblico: può, al contrario, incontrarlo nei luoghi che attraversa ogni giorno, proponendogli immagini nuove oppure invitandolo a guardare diversamente quelle che credeva già di conoscere.
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Roberta Rutigliano




