14.06.2026 – Il cinema come dispositivo di sperimentazione in dialogo costante con il futuro dell’audiovisivo

Tutti i festival di pubblico si somigliano. Ogni festival d’Autore è invece cinefilo a modo suo. Il Pesaro Film Fest, in programma dal 13 al 20 giugno, è, fra essi, rassegna d’altura che da sempre definisce le grammatiche dello schermo attraverso l’incontro con i nuovi linguaggi del cinema.

Il suo è uno sguardo che non invecchia, a dispetto dei 62 anni, che preserva la temperie artistica e culturale di quel 1965 e con essa l’intuizione geniale di Lino Miccichè di dare una chance al cinema non edito, sperimentale, fuori asse.

L’iconoclastia contro il marmoreo formalismo filmico, sino ad allora neppure teorizzabile, anticipava il mutamento dei sistemi valoriali globali di una società che avrebbe discusso e infranto ogni moloch pregresso. Un’intera generazione di irripetibili pensatori (Barthes, Metz, Pasolini, Eco) guardava a Pesaro e ai suoi schermi come dialettica evolutiva, alla pellicola come azione concreta di un nuovo umanesimo intellettuale che rendesse l’uomo consapevole e socialmente adulto.

A fianco delle grandi partecipazioni il Festival forgiava una nuova generazione di critici che avrebbe riformato la scrittura cinematografica per trasferire su carta lo stesso vigore visionario dei film d’avanguardia e restituire al visivo tutta la complessità sintattica e semantica di cui era portatore. 

Lo schermo-amplificatore megafonico esternalizzava le ansie di mutamento che sobbollivano sotto l’apparente placidità borghese. 

Oggi Pesaro resta laboratorio audiovisivo e critico d’eccellenza, termometro sullo stato dell’arte di un cinema in perpetua frantumazione che ibrida suggestioni di formato e pubblici per resistere alle semplificazioni digitali e raccontare il senso artistico contemporaneo con la stessa dirompenza di 62 anni fa.

Omaggio a Maurizio Nichetti

Questa edizione dedica il suo omaggio a Maurizio Nichetti, un regista che ha attraversato le epoche contaminando lo schermo d’ogni forma espressiva, superando, già in tempi non sospetti, ogni distanza fra il cinema e le altre figurazioni. Le sue scene prendono il riso sul serio per rendere il celiare intelligente e sperimentale in un movimento aggraziato che accorpa al racconto lungo l’estetica segmentata, oggi comune in rete e un tempo terreno esclusivo del videoclip e delle situazioni televisive. 

Film come Ratataplan, Ladri di saponette, Volere volare scelgono di non avere codici e perciò vivono della stessa libertà che consegnano allo spettatore. Un flusso senza briglie che segue lo stesso incedere del concorso principale, Pesaro Nuovo Cinema. 

Il cinema come destinazione

Quattordici primi sguardi autoriali  esplorano le territorialità in storie multiformato che compongono un discorso semi-unitario sul cinema come destinazione. The Rib of the Greater Bay Area di Zhou Tao, ad esempio, è paesaggismo contemplativo di splendida efficacia, l’acqua del fiume Pearl si fa parlato e intercede con gli  elementi per distinguere la naturalità dal simulacro digitale in cui è immersa la megalopoli. The Thing in the Coffin dell’ungherese Péter Lichter è astrazione horror che restituisce cifra sensuale ai filmati d’archivio e ridisegna il mito di Dracula attraverso la scomposizione e reinterpretazione della tradizione cinematografica vampirica. 

L’attitudine sperimentatrice del Pesaro Film Fest corre parallela alla sua funzione di supremo presidio dell’esperienza cinematografica delle origini come incontro collettivo con il film pellicola. Il Cinema in piazza è l’acme di una crasi fra territorio, schermo e umano che vive dell’immagine riflessa naturalmente arricchitasi del portato chi la incontra. 

Fra le proiezioni previste, a 40 anni dalla sua uscita,  “Il nome della Rosa” di Jean-Jacques Annaud, riduzione cinematografica dell’intramontabile capolavoro letterario di Umberto Eco. Le proiezioni in spiaggia de La vela incantata sono pura nostalgia analogica, la materia fisica del cinema in 35mm dialoga con la tangibilità eterna della dimensione ambientale. I maestri ci sono tutti: Monicelli, Comencini, Lattuada, Ferreri, Scola in un mare che rifrange la grandezza dei classici.

Il festival interpreta il senso dell’immagine contemporanea in ogni sua sezione, scompone, esalta, analizza criticamente il portato cinematografico di ogni medium con particolare attenzione alla musica ed ai formati brevi. La scrittura, naturalmente, è cardine del racconto visivo, saggi e recensioni si muovono in prosecuzione col mostrato ed ottengono l’ufficialità del riconoscimento.

Il Pesaro Film Fest è filo ininterrotto di una trama cinefila che tiene insieme da oltre sessant’anni passato e presente dell’immagine. È riserva naturale del cinematografo che non sbiadisce, non invecchia perché il film non ha età come tutte le arti. 

https://www.pesarofilmfest.it/

Silvestro Carlo Montrone