29.03.2026 – Comando io, diretto da Pierdomenico Minafra e scritto da Leonardo Piccinni, ha vinto il Premio Miglior Cortometraggio “Sarò Breve – Damiano Russo” alla 17ª edizione del Bif&st – Bari International Film Festival. Un riconoscimento assegnato dalla giuria popolare che, oltre a sancire un risultato significativo, intercetta soprattutto un movimento: quello di un cinema giovane che emerge dal territorio e trova nel festival il suo primo spazio di legittimazione.
In questo senso, il fatto che il premio sia stato assegnato dalla giuria popolare è tutt’altro che marginale. Comando io non si impone come esercizio stilistico o come oggetto cinefilo autoreferenziale, ma come dispositivo capace di attivare una risposta immediata, quasi istintiva. È un film che lavora sulla tensione, sulla riconoscibilità, su una materia emotiva condivisa. Ed è proprio in questa immediatezza che si nasconde la sua complessità.
Anche il profilo produttivo del corto merita particolare attenzione perché racconta con precisione la natura del progetto. Comando io è stato prodotto da Francesca Romana Valentini per Octopost e Claudio Esposito per The Piranesi Experience con il contributo dei produttori esecutivi Giovanni Cinquepalmi (Liminal Space) e Davide Lorusso (Pixel Studios) ed è distribuito da Premiere Film. Questa articolazione non è secondaria: restituisce l’immagine di una filiera produttiva giovane ma già strutturata, capace di mettere in rete competenze diverse e di costruire un progetto coerente pur restando all’interno di una dimensione indipendente. È un cinema che non nasce isolato, ma da un tessuto collaborativo preciso, radicato nel territorio pugliese e, al tempo stesso, aperto a una circolazione più ampia.
Una scritta, un gruppo, una verità scomoda
Ambientato a Bari nel cuore di una periferia attraversata da tensioni e codici non scritti e interamente recitato in dialetto barese, Comando io si sviluppa a partire da un gesto apparentemente semplice: la comparsa di una scritta offensiva rivolta ai membri del gruppo. È un evento minimo, ma sufficiente a destabilizzare un equilibrio già precario.
Da quel momento, il film si configura come un campo di forze. Non c’è una trama nel senso tradizionale, ma una progressiva ridefinizione delle posizioni: chi guida, chi subisce, chi osserva, chi si adegua. Ciò che emerge non è tanto una colpa individuale, quanto una verità più profonda e destabilizzante: la fragilità delle relazioni che tengono insieme il gruppo.
Il sospetto, più che risolvere il conflitto, lo amplifica. Ogni parola, ogni esitazione, ogni silenzio contribuisce a incrinare l’equilibrio.
Gerarchia e comando: il potere come performance
Il detonatore narrativo – una scritta offensiva omofoba – apre il film a una dimensione più ampia, che riguarda la costruzione della maschilità nei contesti giovanili.
Comando io non mette in scena la violenza in forma esplicita o spettacolare, piuttosto, ne intercetta le forme più sottili, quelle che passano attraverso il linguaggio, gli sguardi, le posture. Il gruppo diventa uno spazio di sorveglianza reciproca, in cui ogni deviazione dalla norma viene immediatamente segnalata, corretta, repressa.
Il maschile che il film mette in scena non è mai pienamente sicuro di sé. È performativo, continuamente riaffermato attraverso gesti e parole e, proprio per questo, profondamente instabile. Il comando, più che un dato, è una performance che va costantemente rinnovata.
Il corpo e lo spazio: una regia della prossimità
La regia di Pierdomenico Minafra accompagna questa tensione senza enfatizzarla, scegliendo una messa in scena asciutta, ravvicinata, priva di mediazioni.
Il quartier generale della gang diventa uno spazio chiuso, quasi claustrofobico, in cui i corpi sono costretti a confrontarsi. La disposizione nello spazio, le distanze, gli sguardi, assumono un ruolo centrale nella costruzione del conflitto. I personaggi non si muovono liberamente: occupano posizioni, le difendono, le perdono. Il corpo diventa, così, il luogo in cui il potere si manifesta e si incrina, il punto in cui la tensione narrativa si rende visibile.
Una scrittura che scava nelle relazioni
La sceneggiatura di Leonardo Piccinni evita qualsiasi costruzione esplicativa. Non ci sono monologhi chiarificatori né soluzioni narrative rassicuranti. Il film procede per accumulo di tensione, lasciando che siano le relazioni a generare senso.
L’interrogatorio non è solo un dispositivo narrativo, ma una struttura che permette di mettere a nudo i personaggi. Ogni risposta, ogni esitazione, contribuisce a costruire un ritratto collettivo, più che individuale.
In questo modo, il corto si allontana da una narrazione lineare e si avvicina a una dimensione quasi analitica, in cui ciò che conta non è tanto “cosa accade”, ma come le relazioni si trasformano sotto pressione.
Un cast corale e una filiera tecnica coesa
Il lavoro sugli attori – Francesco Cannone, Piero Rogandelli, Federico Altomare, Gabriel Maselli, Gabriele Ferrara e Paolo Cassano – contribuisce in modo decisivo alla credibilità del film. Si tratta di un cast giovane, privo di volti riconoscibili, che restituisce autenticità al racconto.
A rafforzare questa coerenza interviene anche il comparto tecnico: le musiche originali di Francesco Loiudice e il lavoro di Antonio Carella come aiuto-regia si inseriscono in una costruzione compatta, in cui ogni elemento contribuisce a sostenere la tensione.
Il risultato è un film che non si affida a singoli momenti di effetto, ma costruisce un’atmosfera continua, coerente, senza cedimenti.
Bari e il cinema delle periferie contemporanee
L’ambientazione barese non è un semplice sfondo, ma una componente strutturale del film. Il dialetto, i luoghi, le dinamiche sociali contribuiscono a definire un contesto preciso, che riesce a parlare anche oltre il territorio.
Comando io si inserisce in una linea di cinema italiano contemporaneo che guarda alle periferie non come luoghi marginali, ma come spazi centrali per comprendere le trasformazioni sociali. La baby gang non è qui un fenomeno da spettacolarizzare, ma un dispositivo attraverso cui osservare dinamiche più profonde.
Alla fine, ciò che il film mette in scena non è tanto il potere, quanto la sua instabilità. Il comando esiste solo finché viene riconosciuto, finché il gruppo decide – implicitamente – di sostenerlo.
È sufficiente che vi sia una crepa, una parola fuori posto, una verità scomoda, perché tutto venga rimesso in discussione.
Comando io ci racconta proprio questo: la difficoltà di mantenere un’identità, un ruolo, una posizione, in un contesto in cui tutto è costantemente esposto al rischio di crollare. Ed è proprio in questa precarietà che il film trova la sua forma più autentica.
Roberta Rutigliano





