16.05.2026 – Si è tenuto presso la nuova biblioteca comunale di Palo del Colle un incontro pubblico con l’attore, regista e sceneggiatore Sergio Rubini. L’evento, inserito in un più ampio programma culturale curato da Asteria Space dal titolo “Dalla regia ci dicono Puglia”, ha visto la partecipazione della cittadinanza, dei rappresentanti dell’amministrazione locale e di figure di rilievo della critica cinematografica pugliese, offrendo una riflessione approfondita sulla carriera dell’artista, sull’evoluzione del cinema in Puglia e sullo stato attuale dell’industria audiovisiva.

Saluti istituzionali e l’impegno per il territorio

L’apertura della serata è stata affidata ad Alessandra Savino, organizzatrice dell’iniziativa, che ha sottolineato il valore della biblioteca comunale come luogo intimo e raccolto di aggregazione culturale. Savino ha ringraziato l’amministrazione comunale per il sostegno continuo e ha introdotto la giornalista e critica cinematografica, nonché autrice di cinema, Antonella Gaeta, moderatrice del dialogo.

Il legame professionale e le radici poetiche

Antonella Gaeta ha ripercorso il lungo sodalizio professionale con Rubini, ricordando le tappe principali della sua filmografia e la redazione del volume Alfabeto Rubini. Ha inoltre rievocato l’esperienza vissuta sul set del film Il bene mio, diretto da Pippo Mezzapesa, in cui Rubini interpretò il protagonista Elia dopo una complessa sovrapposizione di impegni lavorativi.

Nel corso del dibattito, Gaeta ha tracciato una linea ideale per l’intervista partendo da due immagini significative tratte dal film del 2000 Tutto l’amore che c’è: la figura di Carletto, interpretato dal compianto attore Damiano Russo, e il set allestito nel 1999 presso la Casa Rossa a Palo del Colle, esempio di un primo approccio della regione alle grandi produzioni cinematografiche.

Gli esordi e la nascita della passione cinematografica

«La passione del cinema l’avevo da bambino, da ragazzino, perché quando i miei mi facevano rimanere sveglio potevo vedere qualche film in televisione al tempo degli anni ’60. Trasmettevano il cinema francese degli anni ’30, i film noir. E questi film erano molto pruriginosi, perché c’era sempre una donna bellissima, un uomo pronto a perdersi per questa donna, una pistola, del denaro. Quindi il cinema per me nasce come qualcosa che ha a che fare con la donna, il peccato, la pruriginosità del proibito.

Poi da ragazzino ho immaginato invece di poter essere un teatrante, perché il teatro mi sembrava più vicino. Il cinema mi sembrava proprio una roba che non avesse una sua sostanza. Sono partito da Grumo a 18 anni per provare a fare l’Accademia. L’ho mollata perché ho avuto l’opportunità di lavorare e sono entrato in una compagnia teatrale e sono rimasto delusissimo. Tutti eravamo irreggimentati, la pausa con il cronometro. Non mi piaceva questo impatto. Ho cominciato a lavorare sia come doppiatore che come regista radiofonico. A 22 anni sono stato preso per un provino tramite un agente e ho fatto il mio primo film da protagonista».

La differenza tra l’attore di teatro e l’attore di cinema

«In teatro l’attore è aiutato dalla cronologia della storia: all’inizio Amleto è sano, poi vede il fantasma del padre, poi impazzisce, poi uccide, poi viene ucciso. Poi sei aiutato dal buio della platea e dal pubblico che recita con te, perché ti dà la dimensione di quanto deve essere lunga una pausa. Al cinema invece sei solo quando reciti, perché nessuno ti guarda, a malapena il regista che ha mille problemi per la testa. Non hai il buio della platea e cronologicamente ti può capitare di girare prima la scena in cui sei bello, felice al mare, e la scena dopo in cui invece sei morto. Questa difficoltà rende il mestiere dell’attore di cinema molto più complesso e per questo anche molto più affascinante»

L’esordio alla regia con La stazione

«A 26 anni avevo fatto con Domenico Procacci il primo film di Giuseppe Piccioni, Il grande Blek. Intanto avevo lavorato nel film di Fellini. Quando abbiamo messo in scena a teatro La stazione, che era tratto da un mio spunto perché io sono figlio di un capostazione, questo spettacolo ha avuto molto successo. Procacci mi ha proposto di portarlo al cinema e di dirigerlo.

Durante i due anni in cui con Domenico abbiamo penato per riuscire a individuare il produttore e il finanziamento, dovevamo convincere i nostri finanziatori che era meglio che nella Stazione arrivasse una bionda romana, la Buy, e non Marisa Laurito. Io dicevo no, il film è sulla diversità. Che avrebbero fatto? Ballato la tarantella? Quando ho cominciato questo travaglio, ha cominciato a crescerci dentro forte questa passione e ho cominciato a capire veramente fino in fondo cosa fosse il cinema.»

Il lavoro pionieristico e lo sviluppo della Puglia Film Commission

«Dal 2001 al 2005 c’è stata una vera e propria fioritura. Le istituzioni del tempo hanno compreso quel ragionamento. Fitto aveva fatto la legge istitutiva della Film Commission, ma non l’aveva finanziata, era una scatola vuota. La giunta Vendola invece ha compreso che questa cosa poteva essere una roba virtuosa. C’è stato anche un altro sindaco che ha avuto la stessa sensibilità, che era Blasi con la Notte della Taranta: il primo anno c’erano 500 gatti davanti al palco, il secondo anno ce n’erano 2.000 e il terzo ce n’erano 20.000. Nell’arco di una decina d’anni questa terra ha cambiato faccia. Quando vengo a sapere che Luisa Ranieri c’aveva un coach che le insegnava a parlare pugliese, mi ricordo che io e Procacci stavamo lì a tremare dicendo: “Ma come, noi parliamo in pugliese, questi ci prenderanno a fischi”»

La maturità artistica e la collaborazione con Domenico Starnone

«Quando ho fatto Tutto l’amore che c’è avevo 40 anni, è come se avessi messo un piede dentro la maturità. Ho sentito il bisogno di raccontare una storia di formazione. L’ho scritto con Domenico Starnone. Io fino a quel momento facevo una cosa che fanno molti registi: non cominciavo dalla pagina bianca a scrivere, raccontavo i miei spunti ai miei sceneggiatori, poi gli sceneggiatori scrivevano e io correggevo il materiale. Starnone mi disse: “No. Devi cominciare dalla pagina bianca, perché devi provare questo senso di solitudine, il terrore, l’horror vacui, perché tutto quello è prolifico e ti farà scoprire qualcosa di più”.

Lui una volta aveva scritto una lettera a Calvino, e Calvino gli aveva detto: “Continui a scavare e continui a farlo dal di dentro”. Questa immagine di scavare dal di dentro la metto in relazione con l’analisi: anche l’analisi, come la scrittura, è un viaggio introspettivo.

Con L’anima gemella, scritto con mia moglie Carla Cavalluzzi, volevamo raccontare che alla fine ci scegliamo non tanto per gli involucri quanto per ciò che questi involucri contengono. Con Starnone lì abbiamo litigato tantissimo, perché per lui era fondamentale che la scrittura stessa fosse portatrice di qualcosa di magico; la sceneggiatura doveva avere in tutti i suoi snodi qualcosa di magico. A me invece era chiaro che dovesse essere il cinema e le location a giustificare la magia della storia. Io dicevo: “Guarda che poi sarà la macchina da presa, la qualità della luce delle location a rendere quella storia magica”. So bene che ci sono degli orari del giorno nei nostri paesi – ogni tanto vado a Grumo e faccio un video intorno alle due del pomeriggio, e puntualmente il paese è completamente vuoto, deserto – che hanno a che fare con una sorta di afasia della realtà, qualcosa che diventa irreale. Dentro quell’irrealtà quella storia ci stava benissimo.»

La riscoperta del territorio: da La Terra a L’uomo nero

Antonella Gaeta ha ricordato come l’attività di Rubini sul territorio abbia generato una ricaduta culturale e di conoscenza straordinaria, citando lo spostamento dei set in aree precedentemente non battute dalle grandi produzioni:

«Sono venuta a seguirti sul set de La Terra ed è stata la prima volta che ho visto Mesagne, perché hai girato là, se non ricordo male. Anche questo è stato un territorio che hai scoperto, perché non è che era venuto in mente ad altri di venire a girare a Mesagne. Tutto quello che sta intorno al tuo mestiere poi genera conoscenza, è un moltiplicatore incredibile di sapere e di scoperta. Poi sei tornato di nuovo nelle nostre parti, a Grumo e dintorni, con L’uomo nero

Il legame con Taranto ne Il grande spirito

«Sono molto affezionato a Il grande spirito perché è un film sfortunato, è stato visto pochissimo e non è stato sostanzialmente distribuito. La mia idea di partenza era di raccontare due uomini: uno in grado di conoscere le nuvole, le stelle, la natura (un uomo all’ottimista, “alla buona”), e un altro che invece viene dai bassifondi, dalle fogne, e che ha perso completamente la memoria delle stelle.

La città perfetta era Taranto. A Taranto ci sono addirittura due mari, c’è una natura bellissima e poi, come per gli indiani d’America il passaggio della Western Pacific ha distrutto tutto, anche lì una fabbrica ha avvelenato tutto, ha fatto perdere la dignità alla gente. Mi sembrava che il racconto della costruzione della ferrovia nei territori dei nativi americani fosse identico alla storia di quella che una volta si chiamava l’Italsider, poi Ilva.

Abbiamo fatto un film piccolo con Rocco Papaleo al quartiere Tamburi. Ho scoperto che Taranto è la città con il maggior numero di agenzie funebri che c’è in Italia. Ho scoperto questa specie di polvere rossiccia che si deposita ovunque, ho scoperto che la fabbrica opera di notte affinché il rumore non lo avverta nessuno. Ho capito che i tarantini da soli non ce la faranno mai a risollevarsi, perché è come se avessero una ferita addosso. È una città triste, un atomo isolato che non ha nulla a che fare con la Puglia. Lo metto tra le cose migliori che ho fatto»

La genesi de I De Filippo e la distribuzione post-COVID

«Quando ero ragazzino ero stato scritturato da una compagnia teatrale napoletana. Un mio collega un giorno mi disse che alle tre del pomeriggio ogni giorno, dall’inizio del Novecento, da questo palazzo usciva fuori un cameriere che portava da mangiare alla famiglia De Filippo. Scoprii che questi tre De Filippo erano figli illegittimi di questo grande attore dell’Ottocento e Novecento che si chiama Scarpetta. Conobbi questa storia incredibile di intrecci familiari, e mi fece comprendere quanto feriti fossero questi tre fratelli.

Ebbi l’idea di farne una serie per raccontare una famiglia italiana e la storia d’Italia dal 1900 al 1944. Si può partire dalle retrovie, essere una famiglia di serie B e poi, con il talento e l’abnegazione, ribaltare il proprio destino e affermare il proprio cognome. Ho avuto delle difficoltà in Rai. Insieme al produttore abbiamo deciso di raccontare i loro inizi fino a quando il trio si forma, facendone un film anziché una serie. Il film era pronto dopo il COVID. Venivo dalla paura di un film distribuito male come “Il grande spirito” e volevo che la gente lo vedesse. C’era un affollamento di film in sala, quindi ho convinto il produttore a far uscire il film in televisione. Abbiamo fatto bene perché ha avuto un grandissimo successo, però la polverina magica di un film resta comunque il cinema; quando un film passa in televisione perde un po’ qualcosa. Oggi rifarei la stessa scelta, ma sempre con un po’ di tristezza»

Il progetto su Giacomo Leopardi e la critica alle piattaforme streaming

«Da sempre avevo in mente di fare Leopardi. Tanti anni fa mettemmo su un gruppo di scrittura con Starnone e suo figlio e provammo a scrivere per la televisione due puntate. Io sarei dovuto essere l’interprete, da attore mi sono sempre immedesimato nei personaggi malmessi come Riccardo III o Leopardi. La Rai del tempo non era pronta. Gli editor non erano pronti; mi ricordo quando facevamo le riunioni di sceneggiatura, siccome si sapeva che Leopardi non era mai andato a letto con una donna, c’era qualcuno degli editor Rai che diceva: “Ma almeno Monaldo ce l’avrà avuta una donna?”, facendo una grandissima confusione da Monaldo a Ronaldo. C’era una guerra al ribasso per paura della concorrenza con i programmi di Canale 5. Starnone ne venne fuori dicendo: “Questi non faranno mai la vita di un intellettuale”. Dopo il successo dei De Filippo, lo stesso produttore mi ha richiamato. Non avevo più l’età di fare Leopardi e ho fatto la regia.

Mi sono buttato a fare quest’opera con una certa fierezza, perché in questo momento siamo invasi da queste piattaforme che sono molto seduttive. Io ritengo che un autore debba essere un esploratore che esplora un percorso, lo racconta al pubblico e il pubblico entra nel suo sogno. Invece queste piattaforme spesso sono il frutto di un’indagine di mercato: cosa piace a un quarantenne di Roma che mette certe scarpe e fa certe letture? Dietro queste piattaforme c’è una cosa pericolosa: il rischio non è tanto che con l’intelligenza artificiale o l’algoritmo possano scomparire gli sceneggiatori, i registi o gli attori (quello sarebbe il male minore, parliamo di piccoli numeri), ma il rischio è che quella narcosi possa addormentare il pubblico, le platee.

Quando ho scelto di fare quella cosa per la Rai, l’ho fatta come un atto quasi politico. Però sono stato deluso, perché nella Rai stessa ho trovato gente che diceva: “Vabbè, ma stiamo facendo una cosa Rai, perché metterci tutto questo lavoro?”. Ho capito che purtroppo noi non amiamo molto e non rispettiamo molto i nostri patrimoni. Questo è un limite di noi italiani, che siamo più inclini al provincialismo e poco all’imprenditoria nella valorizzazione dei nostri prodotti e delle nostre bellezze artistiche»

Il presente: il montaggio de L’uomo giusto

L’incontro si è chiuso con uno sguardo ai progetti più recenti del regista. Rubini ha infatti confermato di essere attualmente impegnato nella fase di montaggio della sua ultima pellicola, dal titolo “L’uomo giusto”. Il film è un thriller, che vede tra i protagonisti Fabrizio Gifuni e Claudio Santamaria, incentrato sull’etica, si inserisce nel quadro contemporaneo delle produzioni nazionali, segnando un ulteriore tassello nel percorso di ricerca cinematografica e narrativa indipendente portato avanti dall’autore pugliese.

Subito dopo quest’ultima battuta, Rubini ha salutato il pubblico per trasferirsi a teatro per la messa in scena serale dello spettacolo “Ristrutturazione” scritto con Carla Cavalluzzi, presso il Palatour di Bitritto, con i musicisti Michele Fazio, Giorgio Vendola e Mimmo Campanale.

Lucia Chianura