15.11.2025 – Wang Tong, al suo esordio, sceglie l’estremo per generare disagio e restituire violenza ultrapervasiva  e pluridimensionale che lambisce tabù e riflessioni esistenziali

Wild Nights Tamed Beasts di Wang Tong

Voto: ***1/2

Wild Nights Tamed Beasts dell’esordiente Wang Tong,  vincitore del premio per la miglior regia all’ultima Festa del Cinema di Roma, non è un film pensato per scorrere nel flusso festivaliero e far perdere traccia di sé. Si attaglia permanentemente allo spettatore in forma quasi epidermica, anche suo malgrado, per condurlo ad interrogativi di atroce crudezza, ai limiti morali dell’accettabilità. Il corpo violentato dal tempo, dai mali, dalla decadenza organica  diviene sineddotico strumento di esplicitazione del racconto e primo protagonista in un atipico horror body.  

A differenza di Tsukamoto o di Cronenberg, il film non si serve di adulterazioni meccaniche per scuotere l’iride ma orrorifica attraverso la naturalità dell’organismo in disfacimento che iperbolizza il corso biologico dell’esistenza, le cure compassionevoli, la suppurazione e la purulenza sino al limite del disturbante. La visione spiazza dal principio intenzionalmente: aghi che infilzano, macchine che governano, deambulatori che avanzano in una raffigurazione cruda e crudele dell’età canuta con sprezzante, cinica e violenta atrocità.

Xiaolin, è una giovane badante che in una alterata e macabra autorappresentazione della realtà traduce l’accudimento per gli anziani in una carezza mortifera. La sua è una tetra liturgia che si ripete, rituale, cadenzata ed asettica, come una nenia per bambini che accompagna al grande sonno: un superamento lucido e folle di ogni remora valoriale per farsi ancella di catarsi ed assecondare un desiderio mai espresso di libertà ultimativa. E’ un agire inumano, chirurgico e meccanico, che resta indifferente a qualsiasi coinvolgimento sentimentale o emotivo. 

Nel corso della sua “missione”, l’insano distacco dall’empatia mondana scricchiola silentemente dopo l’incontro con Ma Deyong,  solitario figlio di un’anziano affidato alle sue “cure”, anch’esso in lite col mondo. 

Sono due esistenze speculari che riflettono l’uno nell’altro il fallimento del proprio progetto esistenziale e comunicano attraverso la condivisione del vuoto emotivo che li circonda. Unica breccia in questa vicendevole negazione di ogni refolo d’umanità è il leone Pipi, simbolicamente ingabbiato nello stesso appartamento del padre malato. Pipi è fulcro visivo dell’intero racconto e nel contempo raffigurazione allegorica del suo dilemma etico. È esplicitazione grafica della difficoltà di vivere non in pienezza e della impossibilità coatta di fuggire da una dimensione detentiva dell’esistenza. La ferinità di Pipi emerge nel sospetto quasi extrasensoriale che caratterizza il suo rapporto con Xiaolin che culmina nella scena dell’attacco, quasi a significare che l’animale avesse percepito la natura antisociale della caregiver più e meglio del suo badato.

La messa in scena, notturnale ed esanime, è visivamente evocativa e scuotente, Wang usa sapientemente i campi lunghi, i piani sequenza e primi piani con padronanza ed asciuttezza, rifuggendo il tributo, dimostrando al contrario di aver fatto sua la lezione di Kubrick, in primis ma senz’altro anche di Lanthimos e di tutta la scuola orientale dell’estremo come Kim Ki-duk, Park Chan-Wook. Emblematico in questo senso lo split screen di straordinaria profondità visiva in ospedale che alterna le due tinte primarie del blu e del rosso. Al   pari dalla grande forza evocativa appaiono gli inserti visivi blu/neri che descrivono la glacialità interiore dei due protagonisti e la loro incapacità di tradurre in forma normotipica il sottile interesse che provano l’un l’altro.

Wild nights Tamed beasts è un film artisticamente di ricerca, che, pur forzando la mano, non appare gratuito e disturba genuinamente con un piglio diretto e ruvido che ricorda il miglior Seidl. A sconvolgere, piuttosto è la riflessione sulla negoziabilità ab externo della vita quando non più funzionale ai bisogni produttivi della società dei consumi. Una analisi che ricorda, seppur con tutte le differenze del caso, “I Viaggiatori della sera” di Tognazzi che con tono più marcatamente grottesco si serviva della distopia per porre lo stesso tema. A ben guardare Wang ha scelto la via facilitata del thriller che giustifica ogni abiezione sintattica per indurci a riflettere sull’assurdità di una società che non concepisce l’inattività e la non perfettibilità estetica e soprattutto funzionale in modalità diversa ma del tutto contigua a The Substance di Coralie Fargeat.

La differenza, però, è che in questo caso lo sguardo spazia oltre la pura dimensione formale per giungere a lambire il tema poderosissimo dell’eutanasia, forse fra gli ultimi tabù. D’altro canto il cinema come l’arte tutta, per dirsi grande deve osare, sfidare, abbattere steccati, e sconcertare perché spesso è solo nelle maglie del disagio che si intravedono i germi della discussione e dell’analisi e con essa la promozione della dimensione evolutiva dell’individuo. 

Simon