5.10.2026 – Pordenone custodisce l’estasi dell’immagine pura, distante da ogni semplificazione parlata. Una partitura cinematografica e orchestrale rigorosa e appassionata.

Con la forza irriducibile di un unicum assoluto nel panorama festivaliero internazionale, Le Giornate del Cinema Muto di Pordenone, giunte alla loro 45ª edizione dal 3 al 10 ottobre, si confermano insostituibile spazio d’osservazione cinefila: un’oasi figurativa che coniuga il rigore della preservazione filologica con la dimensione nobile di un otium cinematografico e contemplativo, capace di restituire al gesto della visione la sua sacralità originaria. È la posteriorità, assuefatta ormai alla esplicitazione del parlato, ad alimentare l’equivoco storiografico per cui l’assenza di sonoro corrisponda all’embrione del cinematografo.

Il muto, invero, non è mai stato un cinema in cerca di parola, semplicemente non ne aveva necessità. La sua era, ed è tutt’oggi, una raffigurazione autoportante dalla perfetta architettura, con una grammatica drammaturgica di pura orchestrazione innestata di luci, corpi e posture dalla metafisica loquacità. Affatto un prodotto degli esordi, dunque, piuttosto alto cinema che narra per fotogrammi non adulterati dalla distrazione fonetica e si esprime in sè stesso attraverso una straordinaria e moderna audacia rappresentativa.


Credits: Douglas Fairbanks Coll., AMPAS/Margaret Herrick Library, Beverly Hills

Le Giornate, sotto la direzione di Jay Weissberg, non indulgono mai nella sterile nostalgia o nella smania collezionistica: sono il tempo presente di un cinema mai passato che torna a risplendere al termine di un’ermeneutica rigorosa e appassionata, che restituisce  respiro alle ombre. Riaffiorano così pellicole ritenute perdute, l’identità di frammenti anonimi, la chimica originale di un viraggio ambrato, l’esatta velocità di scorrimento dei fotogrammi. L’architrave di questa 45ª edizione è la densità concettuale, lungo direttrici che intrecciano il grande epos popolare e le esplorazioni più ardite. La dimensione monumentale e la spettacolarità dell’orchestra dal vivo rendono unica ogni proiezione che coincide con una esecuzione altrimenti irriproducibile. L’evento inaugurale è Don Q, Son of Zorro (1925) di Donald Crisp, classico indimenticabile con un dirompente Douglas Fairbanks, restituito al suo splendore originale dal restauro del Danske Filminstitut e accompagnato dalla partitura orchestrale del maestro Andrej Goričar eseguita dalla RTV Slovenia. A chiudere invece questa edizione sarà The Iron Horse (Il cavallo d’acciaio, 1924) di John Ford, capolavoro fondativo del mito americano presentato nella sua versione originale e restaurato dal George Eastman Museum, accompagnato dal vivo dall’Orchestra da Camera di Pordenone diretta da Ben Palmer. Un’opera capitale che porta sullo schermo l’eterogeneità della genesi statunitense e il violento attrito fra la dimensione incontaminata della natura e la fredda aggressione del metallo.

Credit: AMPAS/Margaret Herrick Library, Beverly Hills

Ma queste 45° giornate hanno il volto di Gloria Swanson. La grande stella hollywoodiana, icona del manifesto ufficiale, incarna perfettamente il vertice d’una tradizione divistica monumentale: Swanson ha la capacità di condensare in sé la maestosità industriale dell’era silente e una vis drammatica carnale, terrena, che risplende di nuovo nei  due restauri targati BFI e Milestone (The Humming Bird di Sidney Olcott e Sadie Thompson di Raoul Walsh).                  Le Giornate danno voce, attraverso il silenzio dello schermo, a talenti del muto che il tempo ha cancellato: cinque recuperi, cinque scoperte (fra cui la prima mondiale di M’Liss) illuminano l’opera del multiforme regista irlandese Marshall Neilan.

Sul versante nazionale a rifulgere è invece Italia Almirante Manzini, cui le Giornate dedicano un prezioso evento. Almirante Manzini è stata una delle figure più prestigiose del nostro cinema silente, capace di permeare la scena sin dal suo ingresso: una protagonista di austera bellezza e incisiva attitudine drammatica, che rivive a Pordenone ne L’arzigogolo (1924) di Mario Almirante, presentato in prima mondiale nella sua versione restaurata.

Credit: La Cineteca del Friuli, Gemona

Contrappunto alla perfezione divistica delle grandi figure femminili la rassegna Female Madness che attinge alle collezioni del BFI per raccontare il disagio femminile. In questo corpus di cortometraggi d’inizio Novecento affiora un dispositivo ideologico sottile e rivelatore: l’isteria, il cedimento psichico e la pazzia diventano spesso categorie cliniche volte a patologizzare l’emancipazione, la trasgressione o la semplice irriducibilità del desiderio femminile ai canoni patriarcali dell’epoca. Da non perdere, inoltre, il focus sui cortometraggi di Mr. & Mrs. Sidney Drew, autentico grado zero della situation comedy moderna. Il linguaggio della coppia introduce per primo sullo schermo l’understatement superando la comicità degli eccessi fisici tipica dello slapstick, con la sottile ironia delle schermaglie matrimoniali.

Credit: George Eastman Museum, Rochester

Punta di diamante dei territori di riscoperta percorsi dalle Giornate di quest’anno è la retrospettiva Weimar senza censure: nel biennio 1919-1920, il viaggio del muto tedesco si fa perturbante. Un attimo prima dell’abisso, la Germania è artisticamente senza freni: esplora il sensuale e l’oscurità con lo stesso piglio, non conosce filtri, osa, pervade, sconcerta. La rassegna riporta alla luce, nella loro scioccante versione integrale, le opere di grandi maestri del cinema tedesco — da Richard Oswald a Ernst Lubitsch, da Robert Wiene a Fritz Lang —, successivamente mutilate dalla censura della Repubblica di Weimar.

Credit: Bundesarchiv-Filmarchiv, Berlin

Non meno penalizzato da un racconto storiografico dimentico e distratto è il cinema muto spagnolo, cui il festival dedica ampia ricognizione. Emerge così un bacino espressivo di straordinaria complessità e una produzione artistica febbrile e sorprendentemente matura: una stagione in cui rinnovate urgenze rappresentative – dall’avventura di spionaggio di Miss Ledyia (1916) alle forme folcloriche di Danza andaluza – dialogano con le prime spregiudicate inquietudini del modernismo europeo.

Credit: Filmoteca de Catalunya, Barcelona

Pordenone si volge a Oriente con L’arte del benshi. La sezione omaggia la grande tradizione del muto giapponese attraverso la figura del benshi, narratore performativo e corpo drammaturgico del film in sala. Un evento speciale porta questa secolare tradizione sul palco del Teatro Verdi: Ichiro Kataoka (affiancato da Kumiko Ōmori e Nanako Yamauchi) restituisce voce viva al capolavoro dell’avanguardia psicologica Kurutta Ippēji (Una pagina di follia, 1926) di Teinosuke Kinugasa. La stessa rassegna ospita inoltre preziose rarità silenti, tra cui Taki no shiraito (Il filo bianco della cascata, 1933) di Kenji Mizoguchi e Gorô Masamune kôshiden (1915) di Jirô Yoshino.

Credit: National Film Archive of Japan, Tokyo

L’orizzonte delle giornate non si esaurisce nell’osservazione più prossima ma si estende alle geografie del margine,  incrociando visioni tematiche sorprendenti: il focus dedicato all’avanguardia ceca degli anni Venti e Trenta presenta opere di rara astrazione visiva — tra cui Bezúčelná procházka (Passeggiata senza scopo, 1930) di Alexander Hackenschmied —, svelando la vitalità del costruttivismo praghese e del movimento Devětsil.

Affrancato dalle briglie del racconto drammatico tradizionale, il cinema si fa sinfonia urbana pura, la rifrazione della luce sulle architetture industriali, la frammentazione del montaggio e la dinamica delle forme geometriche elevano la macchina da presa a strumento di pura percezione ottica. Parallelamente corrono le riscoperte del muto tardo — da Augusto Genina a Richard Oswald — di respiro internazionale e cosmopolita che si muovono tra l’Italia e la Mitteleuropa. Ma è nella sezione Sine Nomine che le Giornate di Pordenone esprimono una militanza filologica di stampo accademico: rulli anonimi, frammenti slegati solleticano l’intelletto di archivisti, storici e appassionati chiamati a un’operazione di decifrazione collettiva.

L’atto della visione abbandona ogni inerzia, nel divenire di un’indagine storiografica che trasforma la conservazione in maieutica della memoria. Le Giornate del Cinema Muto si confermano un dono cinefilo di inestimabile valore, non solo dottrinale – da tramandare e preservare – capaci di esaltare la perfezione formale e tecnica di un’infanzia del cinema in cui tutto era già scritto.

Il Silent Movie è il padre nobile di una settima arte che, adottando la semplificazione sonora, ha scelto di rinunciare alle drammaturgie della stratificazione. D’altro canto il film abdica incessantemente al compromesso meccanico sopraffatto da una necessità indotta di innovazione che dematerializza, desatura, digitalizza la sostanza cinematografica annientando l’estasi dell’arte. Il silenzio invece è vertigine pura, un maelström visivo!

https://www.giornatedelcinemamuto.it/

Simon