20.10.2026 – Una casa può custodire una famiglia anche quando nessuno torna ad abitarla? In La Maison du Vent (House of the Wind), Auguste Bernard Kouemo Yanghu parte da questa contraddizione: costruire uno spazio per gli altri e ritrovarsi a viverlo in solitudine. Vincitore del Premio speciale della giuria Orizzonti e del Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, il suo esordio nel lungometraggio porta il discorso sulla migrazione dentro un’intimità domestica, là dove la partenza continua a produrre conseguenze molto tempo dopo il viaggio.
La trama: una casa per richiamare i figli
Josette ha ottant’anni e vive a Yaoundé, in Camerun. I suoi figli si sono trasferiti in Occidente, ma lei li incoraggia a costruire case nel Paese d’origine, immaginando che possedere un luogo a cui tornare possa convincerli a farlo. L’incontro con Sarah, una giovane del quartiere, introduce nella sua esistenza una relazione capace di mettere in discussione quell’attesa.
Nel progetto di Josette il cemento diventa una forma di persuasione affettiva. Dare consistenza materiale al ritorno significa tentare di sottrarlo all’incertezza. È una premessa che consente di interrogare anche l’ambivalenza della cura: quanto del futuro dei figli può essere ancora trattenuto nel desiderio di una madre?
Josette Kwanya, tra persona e personaggio
La protagonista è interpretata da Josette Kwanya, madre del regista, alla cui vita il film si ispira. Questa coincidenza rende particolarmente delicato il rapporto fra interprete e macchina da presa: il corpo davanti all’obiettivo appartiene anche alla storia di chi lo filma.
Il regista ha raccontato che il progetto è nato come documentario e si è progressivamente trasformato in un film di finzione. La scrittura introduce, così, una distanza dentro una vicenda personale, permette di immaginare sviluppi e incontri, anziché affidare alla sola testimonianza il compito di raccontare la solitudine.
Sarah apre una questione decisiva: è possibile riconoscere una forma di appartenenza anche fuori dalla discendenza? Il legame fra le due donne invita a pensare la famiglia come una pratica di presenza, un tempo condiviso che non coincide necessariamente con quello promesso.
La fotografia di Eva Sehet e lo spazio dell’assenza
La fotografia di Eva Sehet lega lo spazio al tempo dei personaggi. Negli interni, le inquadrature fisse assecondano la lentezza di Josett, negli esterni, la maggiore mobilità della macchina da presa accompagna Sarah e introduce un diverso rapporto con il mondo. L’incontro fra le due donne coinvolge, dunque, anche la forma e al tempo raccolto dell’attesa si affianca il movimento di una relazione ancora da costruire.
La casa acquista un valore che supera la funzione di ambientazione. Può essere letta come la misura di un legame rimasto senza quotidianità: abbastanza solida da conservare le tracce della famiglia, incapace di garantirne la presenza.
La migrazione osservata dall’altra stanza
La prospettiva di La Maison du Vent solleva una domanda scomoda: che cosa accade quando la realizzazione di una generazione coincide con la solitudine della precedente? Non occorre trasformare la distanza in una colpa per riconoscerne il costo.
Nel rapporto fra Josette e Sarah si apre allora una possibilità: concedere al presente una parte dello spazio riservato al ritorno. Forse una casa ricomincia a essere abitata proprio quando chi vi aspetta trova qualcuno a cui aprire.
Roberta Rutigliano
Tutti i diritti sono riservati. Le fotografie sono utilizzate esclusivamente a fini editoriali e sono state gentilmente concesse per uso stampa – web da Biennale Cinema 2026
