22.10.2021 – Il tema della famiglia scandagliato nella mostra My Mother, My Father an I che sarà inaugurata domani sabato 23 ottobre a Bari  presso Muratcentoventidue-Artecontemporanea.

La famiglia, tema caro quasi ogni artista, a volte per i suoi primi passi, come background di partenza per la propria sperimentazione o la propria riflessione concettuale, a volte nella sua evoluzione, per necessità autobiografiche o individuando nella famiglia una materia prima, un fenomeno sociale e culturale che permette di mettere in campo una riflessione che unisce arte e vita.

In questa mostra vediamo le opere di cinque artiste Elisabetta Di Sopra, Irina Gabiani, Paola Gandolfi, Kaia Hugin e Debora Vrizzi che permettono di investigare gli intricati territori dei ruoli di padre e madre e le dinamiche e le strutture che definiscono il concetto di famiglia nel mondo contemporaneo.

I video, le fotografie e le installazioni in mostra affrontano e decostruiscono questo concetto, coniugando la soggettività autobiografica di ogni artista con la ricerca di un significato collettivo, riflettendo su quei legami culturali, morali, etici e biologici che definiscono e caratterizzano una famiglia.

La ricerca artistica di Elisabetta Di Sopra si esprime in particolar modo attraverso l’uso del linguaggio video per indagare sulle dinamiche più sensibili della quotidianità e delle sue microstorie inespresse, dove il corpo femminile assume spesso un ruolo centrale perché custode di una memoria e di un suo linguaggio espressivo. Ci sono due nuclei fondamentali all’interno della sua pratica, uno incentrato sul rapporto tra corpo e materia, l’altro su corpo e memoria, corrispondenti rispettivamente alla sua prima e seconda produzione video.

Nel video FAMILY l’artista riflette sulle dinamiche familiari al cui interno spesso si diventa ostaggio dell’altro. Una contesa reciproca, dove la famiglia che dovrebbe essere un nido rassicurante diventa una gabbia che imprigiona.

Il secondo video Tempo di lettura 1938 – 2015 / Mio Padre è una delicata riflessione sulla figura paterna. “La vita è come un libro -riflette l’artista- che si continua a sfogliare pagina dopo pagina, sperando che non finisca mai. E invece, anche se non lo si conosce, esiste un tempo di lettura, che differisce da ciascuno di noi. Quello di mio padre inizia nel 1938 e si conclude nel 2015, poco dopo il momento in cui ho pensato di ritrarlo nella stessa posa di una sua foto da ragazzino assorto nella lettura. Gli estremi della sua vita scanditi in 48 secondi, come se lui avesse avuto la necessità di ripercorrerla, allontanandosene.

Irina Gabiani è un’artista italiana di origine georgiana, nata a Tbilisi (Georgia) nel 1971. Vive in Lussemburgo dove si occupa di disegno, pittura, installazioni, video e performance.
L’Universo nella sua olistica essenza è al centro della ricerca di Irina Gabiani, influenzata dalla cultura e dalla filosofia orientale, secondo la quale noi tutti apparteniamo ad un unico “grande organismo” immaginato come una sorta di complicata catena dagli anelli correlati, del quale noi, e tutto quanto attorno a noi, siamo parte.

Cercando di vedere oltre quanto possiamo percepire con i nostri occhi, l’artista ricerca le innumerevoli somiglianze tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo all’interno della materia. Più conosciamo la materia e ne capiamo la complessità che ci sfugge alla visione immediata e più l’infinitamente piccolo ci conduce all’universo.

L’artista presenta il video “One Common Father”, basato sul testo dello scrittore georgiano Grigol Robakidze. Il focus è l’eterna lotta tra due forze opposte (..Father – necessity,Child – freedom..), e allo stesso tempo l’unione universale al loro interno.

L’artista romana, Paola Gandolfi, attiva sulla scena artistica sin dagli anni ’70, lavora su diversi media, pur rimanendo la pittura il suo linguaggio di riferimento. Fin dai suoi esordi si occupa del mondo e della figura femminile, delle dinamiche psico-fisiche che ne definiscono l’identità, attingendo dall’inesauribile ricchezza del mito e delle figure di donne che lo animano. Il suo lavoro è incentrato sull’esplorazione di luoghi inaccessibili come l’inconscio femminile che tramite la sua pittura e la video animazione cerca di analizzare.

Il video La Recherche de ma Mère, costruito su elementi tratti dai dipinti dell’artista, mette in scena un percorso profondo ma ironico alla ricerca dei luoghi simbolo della psiche femminile, attraversando ironia, insicurezza, amore e sessualità, senso di delusione e aggressività. il lavoro dell’artista racconta la donna, attingendo alla ricchezza inesauribile delle figure emblematiche provenienti dalla religione, come Maria Maddalena e le sante, o dal mito, come Clitennestra e Elettra.

L’artista cerca così di rifondare un immaginario al femminile, una genealogia che risale al mito primigenio della Madre. In una quotidianità immaginaria, parti del corpo e della psiche si scindono e si ricompongono in un equilibrio sempre nuovo, già oggetto della particolarissima ricerca dell’artista.

L’artista norvegese Kaia Hugin, esplorando in maniera trasversale la danza, la performance e la video arte, lavora dal 2008 a una serie di video intitolata “Motholic Mobbles”, una riflessione su temi esistenziali attraverso l’esplorazione del movimento e dello spazio.

Nelle sue performance, cerca di comprendere quelle esperienze corporee che facciamo nei nostri sogni, cercando di indagare situazioni che si pongono al confine fra razionale e irrazionale. I suoi lavori ricordano i film d’avanguardia di una pioniera del cinema, Maya Deren, che a metà del secolo scorso ha sperimentato combinazioni di film, coreografia e movimento con effetti surreali e molto personali.

L’artista presenta una serie di cinque foto Sculpting and Modeling # 1 -5 che si ispirano al lavoro dell’artista americano Bruce Nauman che da sempre esplora le possibilità performative dell’essere umano: la camminata, la postura, la gestualità delle dita. Kaia Hugin nelle sue sperimentazioni con la fotografia riprende gesti, situazioni ed attività quotidiane, che, pur nella loro banalità, diventano oggetto di indagine – riflessione e soggetto artistico.

Debora Vrizzi è una videoartista e regista italiana. Come performer e cineasta, lavora da sempre con le immagini, il movimento, la fotografia e il corpo per mettere in scena una riflessione sull’identità personale e collettiva, a volte attraverso strutture semi-narrative, altre volte mediante una struttura simbolico-concettuale, in altre ancora slittando verso la documentazione del reale e l’autobiografia.

I suoi personali progetti artistici seguono due strade: la prima è caratterizzata dal mettere in gioco il proprio corpo come protagonista delle sue opere, le quali sono strutturate su un impianto prettamente cinematografico: i suoi quadri viventi sono delle vere e proprie ‘mises en scène’. La seconda è apparentemente opposta poiché l’artista sceglie di mettere in scena il cinema del reale.

Così l’artista a proposito del suo video “Family Portrait: ”Siedo, impolverata, ad un tavolo. La mia famiglia, in piedi a fianco a me, soffia via la polvere che si è depositata sul mio corpo. Famiglia che ci nutre e ci divora. Godiamo di questo duplice aspetto, fondamento dell’amore, contraddittorietà senza soluzione. Parlo dello scorrere del tempo e degli affetti”.

Sede
Muratcentoventidue-Artecontemporanea
Via G. Murat 122/b – Bari

Inaugurazione
Sabato 23 ottobre, 2021, ore 19.00
Periodo
23 ottobre – 15 dicembre 2021

Orario di apertura
Lunedì, martedì e mercoledì solo su appuntamento
Dal giovedì al sabato, dalle 17.30 alle 20.30

Info
3348714094 – 392.5985840
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