4.03.2024 – Si è tenuta in questi giorni, presso il Centro Sperimentale di di cinema e arti performative Accademia Eleonora Duse di Asolo, la masterclass “La Poesia e il Canto” diretta da Mario Biagini, attore, regista e pedagogo.

Il corso rientra nell’ambito del Primo Anno del percorso triennale dell’Accademia con la direzione di Alessio Nardin, pedagogo, regista teatrale e cinematografico, inaugurato il mese scorso con una emozionante conferenza stampa.

Mario Biagini ha lavorato con J. Grotowski dal 1986 al 1999, anno della morte del grande innovatore teatrale. È stato fino a dicembre 2022 direttore associato del Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards, direttore dell’Open Program da lui creato e diretto dal 2007 fino a dicembre 2021. Alla fine del 2021 Biagini ha lasciato il Workcenter e, insieme ad alcuni ex-membri dell’Open Program e altre compagne e compagni, ha fondato l’Accademia dell’Incompiuto. Attualmente Biagini sta lavorando a due progetti in particolare: Gli assetati, creazione collettiva ispirata a La grande beuverie di René Daumal e Il tabù della Morte in collaborazione con il Teatro Metastasio di Prato.

Abbiamo avuto modo di raggiungere il maestro Biagini e di fare una piacevole chiacchierata, di cui siamo molto grati, in merito alla sua presenza ad Asolo e alle sue esperienze teatrali passate e presenti.

Una domanda che sicuramente le hanno già fatto in tanti: Lei è depositario di un glorioso periodo teatrale, erede per volontà dello stesso compianto grande maestro Grotowski, dei suoi beni, beni intesi latu sensu. La sua esperienza pluridecennale al Workcenter di Pontedera, anche in qualità di direttore associato, è terminata nel 2022.

Dove sta andando Mario Biagini, persona artistica, e cosa sta agendo nel presente? Mi riferisco anche all’adesione al progetto di pedagogia sperimentale avviato dalla neonata Accademia Duse di Asolo, diretta da Alessio Nardin, suo collega e maestro anche lui, dove in questi giorni so che sta deliziando gli allievi del primo anno, del primo triennio.

In realtà non ho mai lavorato da solo e le idee che mi vengono e percepisco nascono in relazione alle persone che ho intorno. Quando ho deciso di sciogliere il gruppo che dirigevo all’interno del Workcenter, l’OPEN PROGRAM, che aveva raggiunto il suo quindicesimo anno di età, l’ho fatto perché ho pensato che fosse un’esperienza che si era naturalmente conclusa; avevo avuto la possibilità, in tutti gli anni passati al Workcenter, sempre di trasformare e cambiare ciò che facevo man mano che avvertivo nuove necessità.
A un certo punto queste nuove necessità e questi nuovi desideri erano tali che dovevano svolgersi al di fuori del quadro del Workcenter, pensi che io sono arrivato nel work center nel 1986 e ci sono rimasto in pratica mezza vita.

Ho avuto la fortuna che molte persone che conosco, amiche, amici, colleghe, colleghi, abbiano accettato di creare un’altra neonata accademia come quella di Alessio Nardin, l’Accademia dell’Incompiuto, in cui io non sono il direttore o la persona guida, ma stiamo cercando di sviluppare una maniera di lavorare assolutamente collaborativa.
Certamente, ho accettato la proposta di Alessio Nardin, perché mi sembra che l’avventura che ha iniziato qui ad Asolo sia interessante e coraggiosa; gli ho chiesto che cosa voleva che io facessi con gli allievi proponendogli diverse possibilità di esplorazione di vari campi del lavoro dell’attore: Nardin ha scelto quello sulla poesia.

Io ho sempre lavorato su testi, ma negli ultimi 4-5 anni ho lavorato molto su testi poetici italiani, sia da un punto di vista molto tecnico, cioè sulla metrica, la prosodia, ecc. e sia su quella cosa misteriosa che è il senso, il significato e il passaggio del significato da chi legge o recita a chi ascolta o guarda.
L’aspetto del significato, cioè inevitabilmente del pensiero, è qualcosa su cui al giorno d’oggi noi altri di questa professione dobbiamo lavorare, dato anche lo stato depresso in cui si trova questa attività umana nel mondo occidentale. Quello che cerchiamo di fare è rendere pubblico il processo individuale, personale e intimo della lettura, cioè vedere come si può passare dalla lettura personale a una lettura invece che coinvolge altre persone e in cui il punto principale è la condivisione del senso attraverso la voce umana.

A proposito del rapporto maestri-allievi, Alessio Nardin, a Gennaio scorso, nel corso della conferenza stampa di inaugurazione del primo triennio dell’Accademia da lui diretta ha affermato che sono gli allievi che scelgono il maestro. Lei cosa ne pensa di questa relazione?

Quando ho incontrato per la prima volta Grotowski, nel 1985, un anno prima dell’inizio del
Workcenter, ero un giovane piuttosto aggressivo, ribelle, molto curioso, e non cercavo affatto un maestro; ero anche molto arrogante, per cui non pensavo che ci fossero persone che potessero insegnarmi qualcosa o da cui io potevo rubare o imparare qualcosa.
Nella conferenza di Grotowski a Firenze, che poi è stata pubblicata e il testo che né uscito è molto, molto bello, io percepivo dietro le sue parole non l’autorità ma l’autorevolezza; per cui ho cercato in tutti i modi di lavorare con lui e ci sono riuscito. Per me era un maestro in un certo senso sì, d’altra parte penso invece che la parola che indica meglio questa relazione sia amicizia, una profonda amicizia sia professionale che umana.

Io non posso dire di continuare il suo lavoro, il suo lavoro è finito con lui, continuo magari quello che abbiamo iniziato anche assieme. L’esperienza prima con Grotowski e poi con il Workcenter, di sicuro mi ha trasmesso, da una parte, la convinzione che bisogna tenere viva sia la curiosità che il desiderio e che bisogna cercare di seguire le proprie tentazioni quando queste sono legittime e, dall’altra parte, che la relazione tra colleghi deve essere improntata al rispetto e alla certezza che non si sa mai molto dell’altra o dell’altro; c’è sempre un ampissimo margine di ignoto che deve essere rispettato; inoltre, bisogna sempre porsi delle domande su quello che si fa, su quello che si è fatto, e lavorare con un senso di auto-indagine, di auto critica continua.

L’altra cosa che mi rimane dall’incontro con Grotowski è il compito di prendermi cura insieme a Thomas Richards, delle pubblicazioni, dei suoi testi nelle varie lingue e questo è un lavoro piuttosto impegnativo ed è stato portato avanti da Carla Pollastrelli in maniera davvero straordinaria. Si tratta delle pubblicazioni di Casas USHER.

Dove sta andando il teatro, se sta andando da qualche parte, e se è una spina, una spina utile per questa indolente umanità in crisi. Ecco, cosa direbbe a chi volesse saperne/farne di più di teatro?

E’ una domanda difficile. Forse dobbiamo partire dicendoci che esistono i teatri più che il teatro, che esistono più le persone che si mettono insieme per una certa impresa, eccetera.
Personalmente vedo che ormai da un 15-20 anni quello che mi interessa di più è l’interazione del mio mestiere con la società civile, cioè con quel mondo del paese e dell’Europa, che non è nelle istituzioni né negli istituti dedicati al progetto. Io sono convinto che un luogo pubblico, uno spazio pubblico, un tempo pubblico non sono tali solamente perché forniti dall’apparato importantissimo della Repubblica, ma sono tali anche perché sono il risultato di una responsabilità condivisa e collettiva.

La qualità di vita in una piazza pubblica dipende in gran parte da come viene abitata, dalle
cittadine e i cittadini, che vi passano, vi soggiornano, vi vivono, vi lavorano.
Personalmente, mi stanno a cuore due progetti, che non faccio da solo perché non sarebbe
possibile. Uno si chiama Gli Assetati: ormai viviamo dall’anno scorso con una larga fetta della popolazione della cittadina che è ancora viva a Pontedera e con un gran numero di associazioni, gruppi formali e non formali di tutta la zona, per la creazione di spettacoli collettivi basati in gran parte sulla poesia di un poeta francese che si chiamava René Daumal; il contenuto però non sono tanto i testi di questo poeta o le composizioni musicali, ma è proprio lo sforzo di creare in maniera collaborativa, esaltando le ricchezze che ogni persona a modo suo porta.

L’altro è un progetto su un tema difficile e scottante che è Il tabù della Morte; nasce da un’idea della cara mia collega Elisa Sirianni che il Teatro Metastasio di Prato ha coraggiosamente accettato: è un insieme di attività molto diversificate; vi è sia un laboratorio teatrale aperto a tutta la popolazione che arriverà a uno spettacolo collettivo a maggio di quest’anno sulla scena del Metastasio, sia una serie di conferenze sui temi legati al fine vita, sia una serie di assemblee popolari per ascoltare i bisogni, le esperienze della gente riguardo alla morte o alla morte dei propri familiari, e poi ci sono degli incontri online che sono stati allargati a un pubblico sempre più ampio. Il progetto si chiama Da vivi – Il Miracolo della finitezza.

C’è anche un gruppo Facebook che è aperto da pochi mesi e in poco tempo è arrivato a più
1300 membri. Per noi è molto importante che sia un teatro che sceglie di essere il contenitore, il produttore di tutto questo, di acquistare in un certo senso una funzione di piazza pubblica, di agorà, di luogo di riflessione comunitaria, di discussione.

Quello che sarà il futuro del teatro ce lo mostreranno i ragazzi dell’Accademia Duse tra gli altri; sono loro che dovranno trovare le forme, i tempi, i luoghi in cui si svolga qualcosa che ha senso per questi anni che sembrano piuttosto desertici e molto tristi per tante ragioni e in tal senso cercare di seminare nei centri piccoli, come ha fatto il signor Nardin, anche la pedagogia, è importante.

Ho incontrato l’assessore alla cultura di Asolo, che è tra le persone che ha, insieme agli sforzi del signor Nardin, reso possibile la nascita di questa realtà pedagogica; gli ho detto che spero molto che questa realtà continui al di là del centenario per la Duse e lui mi ha detto assolutamente di si. Qui ad Asolo ci sono pochi giovani, forse dieci.

E’ molto bello che questi giovani decidano di abbandonare il luogo dove vivono, le proprie città, per ritirarsi qui e vedere come un manipolo di giovanissimi attrici e attori riesce a trasformare la vita e anche il panorama demografico del paese. Per cui tanti auguri a questa Accademia; io spero che quando il primo anno sarà diventato il secondo ce ne sarà un altro primo e che si continui ad abitare quel bel teatro che altrimenti solitamente rimane vuoto. Faccio loro i miei migliori auguri e congratulazioni.

Buon Lavoro Maestro e arrivederci!

https://www.accademiaduse.it/

Foto: Accademia Duse
Emilia Brescia 
Manuela Bellomo