30.10.2026 – Il vizio della ferocia (Laterza Editore), nuovo libro di Nichi Vendola, si pone come un vero e proprio manifesto sociale.

Ieri, sul palco del Multisala Galleria di Bari, a dialogare con l’autore, nel corso della presentazione, Nicola Fratoianni, Maddalena Tulanti ed Alessandro Laterza, con il supporto del servizio di interpretariato LIS.

La presentazione: dettagli e voci di un confronto reale

Ad aprire il confronto è Maddalena Tulanti, che, con emozione, riporta l’orologio indietro di ventisei anni, ricordando l’inizio di quella che fu definita l’«invenzione della Puglia». Un monito a non dare nulla per scontato, perché se la Puglia di oggi è cambiata, il motore e la scintilla di quel cambiamento portano la firma di Vendola.

Vendola ci invita a ricordare, riattivando uno studio rigoroso della letteratura e della storia che hanno testimoniato il male alle sue radici. Nelle pagine del libro riaffiorano così i testi e le riflessioni che hanno scandito gli abissi del «secolo buio»: si va dall’analisi sulla banalità del male di Hannah Arendt ai tragici interrogativi di Primo Levi, fino ai diari del comandante di Auschwitz Rudolf Höss. Il richiamo tocca anche la poesia, con la «fuga di morte» di Paul Celan e il suo straziante «latte nero», per comporre un mosaico di testimonianze sui lager e sulle catene di montaggio dello sterminio.

Un faro contro la disumanizzazione

Nel paesaggio volutamente distorto della contemporaneità, questa scrittura si erge a faro che illumina l’uomo. Una griglia di riletture importanti serve a scuotere la conscience collettiva da una deriva che credevamo superata e che invece ha ripreso a circolare sottovoce.

Il nucleo centrale della riflessione è netto: come spiega Maddalena Tulanti, «il nucleo del libro di riflessioni di Nichi Vendola è la disumanizzazione del linguaggio della politica e della comunicazione, che però si fa, ed è questo il punto critico, disumanizzazione del senso comune». L’autore, si spiega, analizza con determinazione: «l’incapacità o difficoltà non della sinistra, delle sinistre, perché non è un problema italiano quello di cui stiamo parlando… a trovare parole alternative a quelle che si stanno in qualche maniera affermando». E prosegue evidenziando il problema di fondo: «la fortissima inclinazione a sviluppare una perenne cultura del nemico, c’è sempre un nemico da combattere».

Da Auschwitz a Gaza: il male che ritorna

Nei passaggi dedicati al parallelismo tra Auschwitz e Gaza, il volume affronta il nodo politico più complesso. Nelle parole dell’autore, «in questo momento rischia Auschwitz di essere, ecco, non dimenticato, ma di viverlo in maniera sofferente, addolorati, perché mai avremmo immaginato di avere l’altra faccia di Auschwitz, che è appunto Gaza». Questo accostamento genera una profonda sollecitazione culturale sul ritorno del male: «tutto questo è il male che torna, e il libro gira intorno a questo paradigma». E ci costringe a fare i conti con i grandi interrogativi della storia e della teologia di fronte all’orrore: «perché una notte si è potuto lasciare un centinaio di esseri umani alla deriva e massacrati da una burrasca sulla costa di Cutro».

Le parole come pietre o come ponti

Il vizio della ferocia è un grido d’allarme a non farsi sopraffare. «Disertare!» Come sottolinea l’autore, «si gioca molto con le parole» e «le parole che insinuano il pregiudizio, che costruiscono un’immagine della realtà per cui quella parola è come un pugno nella tua pancia… non è portatrice di un elemento di conoscenza, è portatrice di un pregiudizio, di uno stigma».

Durante l’intervista rilasciata a margine della presentazione, Vendola ha espresso con esattezza l’urgenza radicale che lo ha spinto alla scrittura, rifiutando ogni forma di assuefazione: «capire come si possa abituare la nostra coscienza lentamente a convivere con la carneficina è importante per me, perché io non la accetto questa cosa». Il suo sguardo sui conflitti in corso, evocando lo sterminio organizzato: «abbiamo visto il genocidio, secondo il giudizio della Corte Penale Internazionale, a Gaza». Una critica totale alle strutture del nostro tempo, in cui la distruzione diventa asse portante: «la guerra è tornata come il centro del mondo, il cuore. Che cosa è oggi l’economia mondo? È guerra, è industria militare». Di fronte a questo scenario, l’autore oppone un rifiuto netto e militante: «io da questo punto di vista voglio praticare la diserzione».

Nella logica che vede perennemente l’esistenza di un ipotetico nemico trova giustificazione il male: «perché quei bambini valevano meno dei nostri figli? E perché si è potuto chiamare carico residuale quel pezzo di umanità di cui non sappiamo i nomi, le storie vissute, non ci rendiamo conto di che cosa ci siamo privati? Ogni essere umano può essere una ricchezza straordinaria per il nostro presente e per il nostro futuro».

Oggi viviamo in un mondo in cui il male è diventato cultura, filosofia, politica e burocrazia anche nei luoghi più civilizzati d’Europa. Non ci sono sconti e non c’è spazio per la retorica di facciata: come ricorda con forza l’autore, quando si perde la bussola dell’umano, si finisce per giustificare l’orrore. Il libro di Nichi Vendola ci costringe a guardare nello specchio il nostro smarrimento. Sta a noi decidere se accettare questa regressione o se ritrovare, attraverso la forza della parola e della fraternità, il coraggio di essere ancora umani.

Lucia Chianura