21.10.2026 – Ci sono dolori che cambiano la consistenza delle cose. Il mondo conserva le proprie forme, le persone continuano ad attraversarlo, ma qualcosa nel rapporto che ci lega a tutto questo si interrompe. La bellezza resta e diventa irraggiungibile. È dentro questa distanza che prende forma Architetture della visione, il cortometraggio di Marco Mingolla presentato in concorso nella sezione Onde Corte – Panorama Italia di Alice nella Città 2026.

La tristezza complessa e la perdita dello sguardo

Una misteriosa condizione priva le persone della capacità di vedere. La vista, in realtà, funziona ancora. A spegnersi è una facoltà più intima, quella che permette di riconoscere un significato in ciò che abbiamo davanti. Sulla costa adriatica, una residenza accoglie chi ha perduto il proprio sguardo e propone una terapia sperimentale. Qui arriva Chiara, alla ricerca del compagno scomparso. A interpretarla è Cecilia Bertozzi, affiancata da Gracija Filipović e Domenico Panarello.

Il suo percorso assume progressivamente la forma di un’interrogazione su ciò che il dolore sottrae e su quanto, per continuare a vivere, siamo disposti a lasciare andare.

Cecilia Bertozzi

Il percorso terapeutico passa attraverso gesti minimi: cercare figure nelle nuvole, comporre ombre con le mani, ascoltare e leggere poesie. Esercizi apparentemente elementari che invitano a ristabilire una relazione con ciò che ci circonda. L’immaginazione prende forma in questa pratica quotidiana, nel tentativo di riconoscere una possibilità dove prima lo sguardo si arrestava.

Mingolla parte da quella che definisce una «tristezza complessa». Una definizione che conserva l’opacità di un’esperienza difficile da circoscrivere: il trauma, la separazione, la perdita possono esserne l’origine, ma i loro effetti si estendono ben oltre l’evento che li ha provocati. Cambiano il presente e raggiungono il futuro, rendendo faticoso persino concepirlo. Il film trova in questa condizione una materia capace di tenere insieme intimità e sentimento generazionale, senza chiedere alla prima di diventare l’illustrazione del secondo.

La forza di Architetture della visione risiede nella capacità di dare a quel sentire una forma aperta, stratificata. La cecità diventa un’immagine in cui convivono lo smarrimento individuale, il peso delle aspettative e la difficoltà di riconoscersi nelle possibilità offerte dal mondo.

Ogni lettura ne lascia affiorare un’altra. La dimensione allegorica custodisce, così, qualcosa di profondamente concreto: l’esperienza di sentirsi estranei a una vita che, dall’esterno, potrebbe apparire ancora perfettamente abitabile.

Gracija Filipović e Cecilia Bertozzi

La metamorfosi e il tempo degli alberi

La residenza e la terapia evocano, per associazione, gli universi di Yorgos Lanthimos, nei quali una premessa anomala rende visibili le convenzioni che regolano l’esistenza. Qui, però, il dispositivo si apre alla poesia e alla possibilità della metamorfosi. Affiora un immaginario antico: quello dei miti in cui il dolore incontra il corpo e lo conduce verso un’altra forma.

La trasformazione porta con sé una domanda inquieta, che il film lascia risuonare: quanto di noi può dissolversi prima che il cambiamento diventi anche una possibilità di salvezza?

Cambiare forma può significare trovare un rifugio, ma anche abbandonare qualcosa attraverso cui si era imparato a riconoscersi.

L’albero acquista, allora, un significato che supera la promessa di rinascita. Può essere letto come l’immagine di una vita che continua secondo un altro tempo, sottratta alle aspettative e alla necessità di proiettarsi costantemente nel futuro. Radicarsi, attraversare le stagioni, appartenere al paesaggio: la possibilità di stare al mondo assume una forma diversa. Il film lascia aperta la domanda su quanto di sé sopravviva a questo passaggio e proprio in tale incertezza conserva la sua tensione poetica.

Si intravedono echi del mito della caverna di Platone. L’immagine proiettata sul muro richiama la forza delle rappresentazioni alle quali ci affidiamo, fino a scambiarle per la realtà intera. Ma l’arrivo della luce non coincide immediatamente con la comprensione. Occorre imparare a sostenerla. È un passaggio che restituisce con particolare sensibilità il tempo necessario a modificare uno sguardo: anche quando qualcosa si rivela, riconoscerlo può essere ancora doloroso.

Cecilia Bertozzi restituisce questa distanza con il suo sguardo vitreo, che sembra posarsi sulle cose senza riuscire davvero a raggiungerle. Nella sua interpretazione, il dolore resta trattenuto eppure percepibile: gli occhi diventano il luogo di una presenza che cerca un contatto con il mondo senza riuscire a trovare un senso.

Cecilia Bertozzi

La materia delle immagini, le parole della poesia

La fotografia di Andrea Benjamin Manenti avvolge gli ambienti in una luce dorata che rende più sottile l’inquietudine della residenza: il calore delle immagini convive con lo smarrimento di chi la abita. La scelta di girare in pellicola dà a questa sospensione una presenza materiale, una trama sensibile attraverso cui il mondo sembra insieme vicino e irraggiungibile, mentre le poesie lette dalle protagoniste aprono ulteriori spazi di senso. Le parole di Eugenio Montale e Jozefina Dautbegović entrano in relazione con le immagini e accompagnano una ricerca che riguarda anche il linguaggio: trovare una forma per ciò che si sente, quando nominarlo sembra impossibile.

Mingolla lascia aperta una possibilità di rinascita che passa attraverso la rinuncia a riconoscersi sempre nelle stesse forme. Lasciare andare qualcosa di sé può significare perdere un riferimento, ma anche sottrarsi alle aspettative dentro cui si è imparato a vivere. In questa ambivalenza il cortometraggio trova la sua profondità e la sua delicatezza.

Architetture della visione è una poesia sul dolore che ci attraversa e cambia il nostro modo di abitare il mondo. La sua bellezza sta nella cura con cui dà spazio a questa fragilità, senza affrettarne la risoluzione. E nella fiducia, sottile ma tenace, che si possa tornare a riconoscere qualcosa di sé anche in una forma diversa.

Il cortometraggio, scritto e diretto da Marco Mingolla, è prodotto da Apulia Film Commission con la produzione esecutiva di Cattive Produzioni e con N6 Production, Octopost e Farrago.

Firmano la produzione Marco Mingolla, Domenico Panarello, Arianna Pera, Francesca Romana Valentini, Tommaso Caperdoni, Luca Bizzarri, Enrico Giustini con Massimo Modugno e Pierluigi Del Carmine, produttori delegati per la Fondazione Apulia Film Commission.»

Il film è stato realizzato nell’ambito del progetto REEL – A cinematic journey through Italy and Croatia, finanziato dal Programma Interreg Italia-Croazia 2021–2027.

Marco Mingolla

Marco Mingolla è regista, produttore e distributore cinematografico pugliese. Ha fondato Cattive Produzioni e lavora per ZaLab. Ha partecipato a TorinoFilmLab, Biennale College Cinema, Creative Europe e Premio Zavattini. È tra i fondatori di Meridiana, network pensato per portare a Sud il dibattito sul cinema contemporaneo. Il suo lavoro esplora crescita, linguaggio e dualismo tra realtà e rappresentazione. Architetture della visione segna il suo esordio alla regia di un cortometraggio.

 

Roberta Rutigliano

Tutti i diritti sono riservati. Le fotografie sono utilizzate esclusivamente a fini editoriali e sono state gentilmente concesse per uso stampa – web da Cattive Produzioni