di ROBERTO DE PAOLIS MAINO

Venezia Spotlight

Dal 10 settembre al cinema

VOTO ***

Sul crinale del paradosso, De Paolis derubrica provocatoriamente la colpa maschile per metterne in luce il disvalore sociale e una certa complicità del mainstream.

Si muove ovattata sul filo dell’iperbole l’ultima opera di Roberto De Paolis, presentata nella sezione Spotlight a Venezia 83, una metafora in forma pinteriana del disinteresse compiaciuto e partecipe di un certo corpo sociale per i delitti “d’amore” a firma maschile.

In un incipit di ordinaria follia la camera fissa entra gradatamente in uno scarno interno domestico per osservare il mesto e lucido postumo omicidiario. Il cruento è fuori scena, tutto nel flusso di coscienza del reo confesso Paolo Marra, un bravissimo Leonardo Lidi roso dal rimorso e deciso a costituirsi. Fin qui nessun dubbio sfiora chi osserva, la verità è plastica, il copione fin troppo reiterato. Il turning point arriva quasi subito, spariglia le carte, conduce la storia in un spazio di sospensione beckettiana.


Il commissariato è emblema kafkiano di una indolenza burocratica che fatica a stare dietro alla realtà, un non luogo di negazione e rinegoziazione del vero che abbandona ogni appiglio con il reale e conduce il protagonista in una dimensione altra sfumata e antinomica.

Lo spettatore vacilla dello stesso stupore del protagonista che non trova udienza, quasi come Tognazzi in Ferreri, declassato a ordinaria amministrazione nonostante la sua pesante autoaccusa.

Tutto è sotto traccia, solo lo spirito inquieto di Marra non riesce a placarsi e ad accettare una banalizzazione del male quasi istituzionale. Per paradosso ad operare è un capovolgimento degli statuti morali: il colpevole è mosso dall’etica e i garanti dell’ordine dal fiancheggiamento del male per smussamento.

Quattro differenti caratterizzazioni paradigmatiche, perfettamente impersonate dai rispettivi padroni di scena (Daniele Parisi all’accettazione, il poliziotto Alessandro Borghi, l’avvocato d’ufficio Pietro Castellitto e la cartomante Valeria Golino) scandiscono un quadrittico drammaturgico che tende alla progressiva normalizzazione della reità, alla attenuazione del disvalore femminicida, alla minimizzazione del rilievo antisociale.

Ogni movimento è un formidabile vis a vis che si rinnova sulle spoglie del precedente e sfuma nell’altro in un crescendo di surrealtà che evoca apertamente Dürrenmatt e delinea una panne interiore di ridefinizione morale ab externo.

La colpevolezza scema a ossessione psicotica e l’osservatore ne è ormai quasi persuaso. Forse nulla è mai avvenuto e comunque nessuna urgenza afflittiva assiste il racconto.

L’evento perde valenza intrinseca e non riposa più in se stesso, vive esclusivamente nella percezione del prossimo: la gravità dell’offesa si esprime solo in funzione dello stigma che genera, o meno, nella comunità. Ogni obiettività è dunque inesorabilmente annientata. 

All’apice dell’ansia da espiazione, in un cortocircuito da denegata giustizia, la nemesi avrà la forma di una provocata colpevolezza bagatellare. Il processo di sovversione del reale è ormai compiuto: l’offesa minima, quella sì, merita dura e rigorosa repressione fra le sbarre di un penitenziario altrimenti inaccessibile.


De Paolis firma un film atipico e sorprendente nella cinematografia italiana che richiama la grande tradizione del grottesco (il fischio al naso, la più bella serata della mia vita) e riposa, al di là delle centrate interpretazioni, nella  scrittura, affidata ai fratelli D’innocenzo, perfetti nel conferire all’opera la cifra straniante e cristallizzata tipica del loro cinema (Favolacce o America Latina).

La forza del film è dunque di reazione: il suo avanzare per sottrazione, subdolamente assolutorio, conduce per necessità inversa lo spettatore a prendere posizione, a riconoscere il problema che l’opera tenta di derubricare e ad avversare una cultura della violenza maschile spesso veicolata da morbose derive dell’immaginario mainstream.

Simon