3.11.2021 – Nei giorni 29, 30 e 31 ottobre scorsi, al Teatro Duse di Bari, per la felice riapetura dei teatri a capienza piena, il racconto La Mite di Fëdor Michailovič Dostoevskij è stato portato in scena dal Teatro delle Bambole, con adattamento teatrale e regia dello stesso direttore artistico Andrea Cramarossa.

Il 30 ottobre 1821 nasce a Mosca Fëdor Michailovič Dostoevskij e  nel novembre del 1876 il racconto La mite di Dostoevskij compare per la prima volta sulla rivista russa Diario di uno scrittore.

Nel tempo si sono avvicendate varie pubblicazioni del racconto, adattamenti teatrali e cinematografici (Così bella, così dolce di Robert Bresson (1969)).

La Mite, viene definito, a ragione, dallo stesso autore un racconto fantastico: il pubblico destinatario non è precisamente identificato (giudici, amici, parenti…?).

L’adattamento del testo  e la regia di Cramarossa, instancabile e geniale ricercatore e pedagogo teatrale,  sono stati concepiti e gestati nel lungo periodo di tempo della sospensione pandemica.

la mite

Né è stato generato, un Monologo: scelta appropriata.

D’altronde il personaggio maschile, meglio conosciuto come proprietario di banco dei pegni,  è l’unico ad avere la parola e a restituirci l’alterità del personaggio femminile, La Mite appunto, suicida, che giace su due tavoli, diventando l’intero spettacolo!

L’impegnativa quanto grandiosa prova attoriale di Federico Gobbi, conduce chi si trova di fronte al palcoscenico, lungo il percorso evolutivo/involutivo della relazione sentimentale che sin dalla nascita ha tenuto legati i protagonisti, sia pure in maniera conflittuale ed asincrona, dove il conflitto interiore dei personaggi è confluito e si è accomodato in quello coniugale.

L’uomo ci racconta, come in una sorta di pellicola del genere biopic, della storia con la mite e della mite, orfana sedicenne, strappata dalla convivenza con avide zie e da un potenziale matrimonio con un grasso bottegaio; quanto più entra nei dettagli della vita de La Mite tanto più ci parla di sé scavando simultaneamente nella sua esperienza umana per scoprirne il senso ove mai ne avesse avuto uno.

L’attore, accompagnandosi/ci con una complessa e artistica partitura prossemica, ci racconta di Chi era lui (quarantunenne, già capitano di reggimento, accusato di viltà, ora titolare di banco dei pegni) e di Chi era lei (mite sedicenne che gli vendeva la sua “paccottiglia” per recuperare qualche rublo e far pubblicare annunci lavorativi e rendersi forse finalmente indipendente dalle zie “carogne”) prima del fidanzamento.

Ci racconta  della proposta di matrimonio, di quello che il matrimonio avrebbe voluto che fosse e che non è stato, di come aveva pianificato la vita coniugale relegando la mite a poco meno di una serva e di come aveva potuto considerarla colpevole di non apprezzarlo e amarlo non rispettando i patti coniugali; di come lei si ribellò e di come volle rimarcare la loro distanza affettiva approcciandosi ad una relazione con altro uomo, addirittura con un suo vecchio commilitone; di come l’esasperazione psicofisica della Mite aveva portato la stessa ad elaborare l’omicidio puntandogli la rivoltella sulla tempia e di come lo stesso non fu portato a segno; del giorno in cui lui si appostò in segreto per scoprire la relazione extraconiugale e della grande sorpresa che nulla si era consumato in quella storia e del rispetto che la Mite continuava  ancora a portare verso il marito; di come lui cominciò ad accorgersi di aver amato e di amare davvero quell’esile creatura che frattanto si era anche ammalata di febbre cerebrale; e di come, infine, pur avendo deciso di liberarsi del banco dei pegni, di preoccuparsi della salute della moglie e di organizzare un viaggio riconciliativo, lei decise di non attendere più e di suicidarsi.

Lui (Federico Gobbi), in preda all’ineluttabile, ci racconta con dovizia di particolari di tutte queste circostanze ora con rabbia, a volte forse anche troppa, ora con grotteschi piagnistei, in una cornice scenografica scarna quanto essenziale, amplificata da voci diverse, femminili, anche di madre lingua russa.

L’autore alla fine di questo capolavoro di monologo interiore, attraverso il personaggio protagonista ancora vivente si e ci domanda: “Uomini, amatevi l’un l’altroDi chi è questo precetto?”; e ancora: “perché si è suicidata? Cosa farò una volta che la salma sarà stata portata via da casa?”

Domande ampie che nate sicuramente dalla sofferenza declinata in suicidio della Mite, portano il marito ad interrogarsi, metafisicamente, su ciò che è stato e che è, senza sapere se quella apparente redenzione raggiunta sia definitiva o, per dirla con un’evocazione pirandelliana, sia ancora un’altra maschera nuda!

Spettacolo che muove, commuove e smuove l’animo umano con note poetiche diffuse che sul finale si dispiegano in un incipit di coreografia rappresentata con le scarpette bianche del La Mite.

Lo spettacolo andrà ancora in scena al Teatro Duse nei gg. di sabato 20/11/2021 alle ore 21 e domenica 21/11/2021 ore 18:30.

http://www.teatrodellebambole.it

Emilia Brescia