10.09.2025 – Un piccolo grande racconto di scoperta e di crescita che esplora l’adolescenza senza diaframmi ed attualizza un testo classico dell’emancipazione femminile.

Voto: ⭐️⭐️⭐️

Solo in apparenza l’opera seconda di Laura Samani, presentata a Venezia 82 nella sezione Orizzonti, frappone distanze grammaticali da quel Piccolo Corpo che ha incantato le platee del mondo. La difformità di registro ed il tono marcatamente più lieve ed accessibile dell’incedere narrativo di Un Anno di Scuola nascondono in realtà una coerente continuità con l’analisi del femminino tanto cara all’autrice.

I toni dell’epica austera e sacrale si semplificano in favore di un’ossatura  visiva immediata e destrutturata che consente una replicazione fedele e non filtrata della realtà studentesca, peraltro rafforzata dal vezzo stilistico di retrodatare gli accadimenti al 2007. È un accorgimento felice che conferisce alla confezione un approccio vagamente nostalgico ma ancora attuale che riposa nella prossimità di un passato che non allontana troppo le vicende dal presente: le cala, piuttosto, in una realtà di mezzo già post analogica ma non ancora cannibalizzata e rimodellata dalle interazioni di stereotipo, mediate, tipiche delle reti sociali. Ciò consente di sviluppare con accorta e giusta dimensionalità le stratificazioni interiori dei personaggi.

L’anno scolastico del titolo, infatti stravolge le vite dei protagonisti: in una classe maschile di un istituto tecnico friulano giunge Fred, una ragazza svedese appena trasferitasi in Italia. La sua figura femminile, distante da ogni immagine precostituita diventa oggetto di attenzioni da parte di tutta la scuola che la scruta, la desidera e la dileggia come spesso accade con ciò che non osserva il canone del consueto. Fred, incurante di ogni becerume protocameratesco e triviale, seleziona le sue frequentazioni e diviene quarto componente di un affiatato micro gruppo che disegna con rigore i diversi archetipi della mascolinità e nel quale si muove agilmente lasciando fuori la sua femminilità.

 

Gli sviluppi dell’intreccio seguono il più classico dei plot e riproducono in forma visivamente azzeccata un’amicizia che muta forma nel mentre assecondando le tensioni sentimentali dei componenti del gruppo che si sfidano fra loro in una silente tenzone per aggiudicarsi la partita dell’amore.

Lo sguardo registico di Samani è delicato e gradevole, non edulcora e non forza, segue una scrittura coerente che attualizza senza stravolgere il testo del triestino Gianni Stuparich già nel 1977 trasposto in miniserie da Franco Giraldi.

Un plauso ai giovani attori protagonisti (in particolare Giacomo Cova, premiato come migliore interpretazione maschile), perfetti nell’impersonare lo straniamento tipico dell’adolescenza come tempo di mezzo di curiosa e affascinante scoperta e palestra del vivere adulto.

Il film asciuga ogni ridondanza per raffigurare il lirismo della realtà nel momento dell’affaccio al mondo e lo fa agganciando la macchina da presa direttamente allo sguardo dei protagonisti, cogliendo la verità negli inciampi della voce, nelle furtive occhiate, nei silenzi malmossi in un canto del vero che non potrebbe essere più credibile. Un anno di scuola, dunque, non rientra nel novero delle visioni imprescindibili ma è un piccolo grande film che funziona in termini di coerenza visiva e contenutistica perché comunica, e lo fa davvero bene, esattamente ciò che si riprometteva di veicolare. A volte basta questo: il fresco refolo della corrispondenza al reale del mostrato senza infingimenti, che manca ahi noi, a tanto cinema puramente meccanico.

Simon