28.03.2026 – Nel suo esordio nel lungometraggio documentario, Sea Sisters, Brunella Filì costruisce un’opera che attraversa geografie e identità per interrogare, con rigore visivo e tensione politica, il rapporto tra genere, lavoro e autodeterminazione. Presentato in anteprima mondiale al BIF&ST – Bari International Film&TV Festival 2026, all’interno del Concorso Meridiana, il film si inserisce nel solco del documentario creativo europeo, ma ne rielabora i codici attraverso una struttura speculare e una forte consapevolezza simbolica. Prodotto da Nightswim, OffiCinema DOC e Rein Film, con il sostegno del Ministero della Cultura e di Apulia Film Commission, il film è scritto dalla stessa Filì insieme a Antonella W. Gaeta.

Due mari, un solo conflitto

Il dispositivo narrativo è apparentemente semplice: due donne, due mari, due estremi del continente. Antonia, nel Salento, sogna di diventare pescatrice sulle orme del padre scomparso, ma si scontra con un sistema familiare e culturale che le nega accesso e legittimità. Sandra, nel Mare Artico, è invece già capitana di un peschereccio, ma paga la propria autonomia con la perdita della custodia della figlia, ritenuta incompatibile con il suo lavoro.

Filì costruisce un montaggio parallelo che evita ogni incontro diretto tra le protagoniste, scegliendo piuttosto la via della risonanza. Il Mediterraneo e il Nord glaciale non sono solo scenari, ma poli narrativi che si riflettono l’uno nell’altro, rendendo evidente come le differenze geografiche non cancellino, ma anzi evidenzino, la persistenza di strutture patriarcali trasversali.

Il mare come spazio politico

In Sea Sisters il mare non è mai sfondo neutro. È una presenza attiva, ambivalente, che definisce il destino delle protagoniste. Per Antonia è memoria e trauma — il luogo della perdita del padre — ma anche possibilità di affermazione. Per Sandra è libertà e condanna insieme: spazio di lavoro e, al tempo stesso, causa della sua esclusione dal ruolo materno.

Filì utilizza il paesaggio marino come dispositivo narrativo e simbolico, lavorando su una dialettica continua tra superficie e profondità. Le immagini, spesso immersive, restituiscono un rapporto fisico con l’acqua che diventa metafora di attraversamento identitario. Il mare è confine, ma anche passaggio: un luogo in cui si negoziano continuamente appartenenza e libertà.

L’immagine contro la parola

Uno degli elementi più significativi del film è la scelta di rinunciare a qualsiasi forma di intervista frontale. Non ci sono testimonianze esplicative, né voice over che guidino lo spettatore. La narrazione si affida interamente alla forza delle immagini e al montaggio.

Questa opzione formale non è neutra, ma profondamente politica: sottrae le protagoniste alla logica dell’“esposizione” e restituisce loro una dimensione di presenza, più che di racconto. Il film non spiega, ma mostra, non argomenta, ma mette in relazione. In questo senso, Sea Sisters si avvicina a una certa tradizione del cinema del reale europeo, in cui il significato emerge dalla giustapposizione visiva più che dalla verbalizzazione.

Lavoro, corpo, maternità

Il cuore tematico del film si colloca nel conflitto tra identità professionale e ruolo di genere. Se Antonia è esclusa a priori da un mestiere considerato “maschile”, Sandra viene punita per averlo scelto, in un contesto istituzionale che applica standard diversi a uomini e donne.

La questione della maternità emerge qui in tutta la sua complessità contemporanea: non come dimensione naturale, ma come costruzione sociale regolata da norme implicite. La vicenda di Sandra, in particolare, evidenzia una contraddizione ancora irrisolta nelle società europee: la richiesta di autonomia femminile si scontra con modelli culturali che continuano a definire la maternità in termini restrittivi.

Un cinema della disobbedienza

Sea Sisters è, in ultima analisi, un film sulla disobbedienza. Non una disobbedienza spettacolare o dichiarativa, ma quotidiana, silenziosa, inscritta nei gesti e nelle scelte delle protagoniste. Diventare pescatrice, continuare a navigare, rivendicare uno spazio: sono atti minimi che assumono una valenza politica.

Filì costruisce un’opera rigorosa, che evita ogni deriva didascalica e affida allo spettatore il compito di colmare le connessioni. Il risultato è un film che non si limita a denunciare, ma invita a osservare, a mettere in discussione, a riconoscere nelle storie individuali una trama più ampia.

Tra Mediterraneo e Mare Artico, Sea Sisters traccia una linea invisibile che unisce esperienze solo apparentemente lontane. È lungo questa linea che si gioca il senso del film: nella consapevolezza che l’emancipazione femminile, oggi, passa ancora attraverso la necessità di sfidare norme radicate, siano esse familiari o istituzionali.

Un documentario essenziale e stratificato, che conferma come il cinema del reale possa essere, ancora, uno spazio privilegiato di riflessione critica sul presente.

Roberta Rutigliano