25.05.2026 – I contenitori vuoti dei Cup Noodles, in Nobody Knows, hanno una seconda vita. Akira li conserva, ci pianta dentro semi raccolti per strada, li allinea sul balcone come un piccolo giardino. Non è un dettaglio decorativo né un’invenzione poetica: è il modo in cui Hirokazu Kore-eda registra la sopravvivenza di quattro bambini abbandonati a Tokyo. Nel film tutto viene riusato — bollette come blocchi da disegno, scarpe vecchie come oggetti del desiderio, una valigia come bara — e questa economia degli scarti dice già qualcosa di preciso sul racconto che Kore-eda vuole costruire: non la cronaca di una scomparsa, ma la durata quotidiana di un abbandono.
Quell’abbandono ha una fonte storica precisa. Nobody Knows, realizzato nel 2004 e presentato in concorso al Festival di Cannes — dove Yūya Yagira vinse il premio per la migliore interpretazione maschile diventando il più giovane attore mai premiato nella categoria — si ispira al caso Sugamo del 1988. Ma il film non si comporta mai come una ricostruzione di cronaca. Kore-eda parte da un fatto reale durissimo, ne elimina il dettaglio più morboso, attenua la dimensione criminale, concentra lo sguardo non sull’orrore del caso, ma sul tempo lento dell’abbandono. È qui che il film trova la sua tesi più forte: la tragedia non nasce soltanto da una madre che scompare, ma da un intero sistema di adulti che non sa — o non vuole — intervenire.
Akira, Kyōko, Shigeru e la piccola Yuki vivono in un appartamento in cui ufficialmente esiste solo uno di loro.
Gli altri devono restare nascosti, non andare a scuola, non farsi vedere dal padrone di casa. La madre Keiko non è un mostro. Kore-eda evita il giudizio frontale: la mostra infantile, irresponsabile, incapace di reggere il peso della maternità, ma anche intrappolata in una società che non sembra prevedere spazio per una donna sola con quattro figli. Questa assenza di condanna esplicita non assolve Keiko, rende più complessa la domanda morale del film. Dove finisce la colpa individuale e dove comincia quella collettiva?
Sul piano formale, Nobody Knows è un’opera di apparente semplicità e di estrema precisione.
Kore-eda filma quasi sempre all’altezza dei bambini, costruendo un punto di vista che non spiega dall’alto ciò che accade, ma lo abita lateralmente. È una prossimità controllata: né osservazione fredda, né empatia totalizzante. Il regista non abbraccia i suoi personaggi, perché l’abbraccio impedirebbe di vedere ciò che loro vedono; resta, piuttosto, accanto a loro, alla distanza giusta per non invaderli e per non trasformarli in oggetti di pietà.
Nobody Knows non racconta semplicemente un anno
La fotografia di Yutaka Yamazaki, in Super 16mm e con luce quasi interamente naturale, restituisce agli spazi una concretezza fisica. L’appartamento non è soltanto un luogo narrativo, ma un organismo che cambia al ritmo dei suoi abitanti: all’inizio rifugio, poi prigione, infine deposito di oggetti, rifiuti, segni di sopravvivenza. La durata stessa della lavorazione diventa parte del dispositivo: il film segue i bambini per mesi, ne registra le trasformazioni, lascia che il tempo della vita entri nel tempo della finzione. Per questo Nobody Knows non racconta semplicemente un anno: lo lascia depositare sui volti, nei corpi, nella voce che cambia, negli spazi che si consumano.
Quella grammatica degli oggetti è ciò che tiene insieme il film.
Gli oggetti non decorano il quadro né lo punteggiano simbolicamente: assumono una seconda vita perché i bambini stessi li riusano, ed è in quel riuso che si misura la loro autonomia, la loro fame, il loro ingegno. Il dolore non viene dichiarato, si accumula. Non esplode, sedimenta. È una sensibilità che avvicina Kore-eda a Ozu: non per imitazione, ma per una comune fiducia nei tempi morti, negli interni, nei luoghi apparentemente neutri che cambiano significato quando vengono attraversati dal tempo. Anche un incrocio, un telefono pubblico, una strada di quartiere possono diventare paesaggi morali.
Il cuore emotivo del film resta, però, la performance di Yūya Yagira.
Il suo Akira è un bambino costretto a occupare il posto di un adulto senza poter smettere di essere bambino. La sua interpretazione è tutta nei silenzi, nelle pause, nello sguardo che misura i soldi rimasti, nel modo in cui trattiene la paura per non trasmetterla ai fratelli. Kore-eda non gli concede mai il conforto del pianto liberatorio: Akira non può crollare perché, se crollasse, crollerebbe tutto. Accanto a lui, Ayu Kitaura, Hiei Kimura e Momoko Shimizu portano nel film una naturalezza che non ha nulla di programmatico: sembrano abitare il tempo della storia più che recitarlo.
L’infanzia, in Nobody Knows, non è idealizzata. È fatta di adattamento, gioco, vergogna, fame, piccoli desideri, improvvise aperture di libertà. Paradossalmente, mentre le condizioni materiali peggiorano, il mondo dei bambini si allarga: escono di più, scoprono la città, incontrano Saki, attraversano parchi, negozi, strade. Ma questa espansione non è emancipazione. È una libertà senza tutela, una crescita forzata, un modo di diventare adulti per sottrazione: senza scuola, senza protezione, senza adulti affidabili.
In questo senso, il film dialoga anche con una tradizione più ampia del cinema sull’infanzia abbandonata.
Il riferimento a Truffaut e a I quattrocento colpi non è solo cinefilo: come Antoine Doinel, anche Akira attraversa lo spazio urbano cercando un margine di esistenza fuori dalle regole degli adulti. Ma Kore-eda compie un movimento diverso. Dove Truffaut fissava il volto del ragazzo in una domanda aperta al futuro, Nobody Knows lascia i suoi bambini dentro un cammino più sommesso, meno ribelle, più tragicamente quotidiano.
Il titolo, allora, è quasi crudele nella sua apparente semplicità. Nobody Knows: nessuno sa. Eppure molti intuiscono. I commessi del konbini, i vicini, gli uomini che potrebbero essere padri, la ragazza che si avvicina ai bambini: tutti intravedono qualcosa. Il punto non è l’ignoranza, ma l’inazione. Kore-eda firma, così, un film sull’invisibilità sociale, ma anche sulla paura di guardare fino in fondo ciò che lo sguardo ha già riconosciuto.
A distanza di oltre vent’anni, Nobody Knows conserva una forza intatta perché non chiede allo spettatore di commuoversi in modo facile. Lo obbliga piuttosto a restare dentro una durata, a sentire il peso del tempo, a capire che l’abbandono non è solo un’assenza, ma una forma di organizzazione del mondo. Nella filmografia di Kore-eda anticipa molti temi che torneranno fino a Un affare di famiglia: la fragilità dei legami di sangue, le famiglie imperfette, la cura come responsabilità più che come ruolo biologico. Ma qui tutto è più spoglio, più severo, meno conciliato.
Nobody Knows è un film immenso proprio perché non alza mai la voce. Guarda i suoi bambini con pudore, senza trasformarli in simboli e senza rubare loro il mistero. E nel farlo costruisce una delle più dolorose riflessioni contemporanee sull’infanzia, sulla famiglia e sulla colpa degli adulti: non quella di non sapere, ma quella, ben più grave, di sapere abbastanza e voltarsi comunque dall’altra parte.
Roberta Rutigliano
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