19.05.2026 – Nel cinema francese l’erranza non è quasi mai solo movimento. È un modo di stare al mondo quando il mondo non offre più una posizione chiara. Nino, opera prima di Pauline Loquès, scritta dalla regista con Maud Ameline, parte da questa tradizione e la attraversa con un gesto preciso: non raccontare la malattia come progressione drammatica, ma come alterazione percettiva.
Il film non chiede allo spettatore di assistere alla caduta di un corpo, ma di abitare il breve intervallo in cui quel corpo scopre di essere già cambiato. Tutto avviene in tre giorni, dal venerdì della diagnosi al lunedì dell’inizio delle cure, ma la vera materia del film è la qualità di quel tempo: sospeso, amministrato, attraversato da una tonalità blu che avanza con il protagonista e trasforma Parigi in uno spazio mentale.
Presentato alla Semaine de la Critique di Cannes 2025, Nino segna l’esordio nel lungometraggio della regista francese Pauline Loquès e conferma la forza di un cinema europeo capace di lavorare per sottrazione, senza rinunciare all’emozione. Il protagonista è Nino Calvert, interpretato da Théodore Pellerin, giovane uomo introverso, esitante, quasi laterale rispetto alla propria stessa vita. Dopo una diagnosi di tumore alla gola, Nino deve affrontare due urgenze molto concrete prima dell’inizio della chemioterapia: conservare il proprio seme, per il rischio di infertilità, e trovare qualcuno che lo accompagni al primo trattamento. Due incombenze pratiche, quasi amministrative, che diventano il motore di un attraversamento fisico ed emotivo di Parigi.
È qui che interviene il blu.
La fotografia di Lucie Baudinaud non si limita a registrare una luce naturale o a seguire il protagonista con discrezione: costruisce un ambiente cromatico riconoscibile, una dominante che aderisce a Nino e ne prolunga lo stato interiore. Il blu non è simbolo dichiarato, né semplice scelta estetizzante. È una temperatura. Raffredda gli spazi, modifica i volti, deposita sugli interni e sulle strade un senso di distanza. Se il racconto procede per incontri — la madre, l’amico, l’ex, una conoscenza ritrovata, un estraneo — l’immagine sembra invece lavorare nella direzione opposta, mantenendo tra Nino e gli altri un diaframma costante. Il film diventa così meno un itinerario di guarigione che un esercizio di percezione: come si vede il mondo quando si è ancora vivi, ma si è appena stati consegnati alla propria vulnerabilità biologica.
Loquès non costruisce un dramma ospedaliero, ma una cronaca intima della destabilizzazione.
Il percorso di Nino dentro la città non ha l’andamento di una fuga, né quello di una ricerca lineare. È piuttosto un vagabondaggio interiore, fatto di incontri, esitazioni, silenzi, tentativi mancati di dire la verità. La regia aderisce al protagonista con delicatezza, senza imprigionarlo. La macchina da presa osserva il volto di Pellerin, i suoi piccoli scarti, le sue pause, quel modo quasi infantile e insieme adulto di trattenere l’urto della paura.
Théodore Pellerin è il centro emotivo del film.
La sua interpretazione evita ogni compiacimento: Nino non esplode, non teatralizza il dolore, non si offre mai come figura martire. Al contrario, sembra continuamente in ritardo rispetto a ciò che gli accade. Il corpo dell’attore lavora sulla sottrazione: uno sguardo abbassato, un sorriso appena accennato, una postura che tradisce il desiderio di sparire e, nello stesso tempo, il bisogno disperato di essere raggiunto. È una prova di grande precisione, perché rende percepibile la frattura senza sottolinearla. Pellerin dà a Nino una vulnerabilità non decorativa, una fragilità concreta, quotidiana, a tratti persino goffa. Ed è in questa goffaggine che il film trova la sua verità più profonda.
Attorno a lui, il cast lavora per apparizioni, presenze, intensità intermittenti.
William Lebghil, Salomé Dewaels, Jeanne Balibar, Camille Rutherford, Victoire Du Bois e Mathieu Amalric compongono una costellazione di figure che non servono soltanto a far avanzare la trama, ma a restituire a Nino una possibilità di relazione. Ogni incontro sembra chiedergli qualcosa: dire, tacere, ricordare, affidarsi, scegliere se restare chiuso dentro la propria notizia o permettere agli altri di entrarvi. Anche quando il film lambisce il rischio dell’episodicità, la presenza di Pellerin tiene insieme il racconto, trasformando ogni deviazione in una variazione sul tema della solitudine.
Dal punto di vista formale Nino appartiene a quel cinema della prossimità che usa la città non come sfondo pittoresco, ma come spazio emotivo. Parigi non è cartolina, è ambiente anonimo, attraversabile, a tratti indifferente. La fotografia di Lucie Baudinaud lavora su una luce naturale, morbida, mai enfatica, capace di restituire il contrasto tra la normalità del mondo esterno e la rivoluzione silenziosa che sta avvenendo dentro il protagonista. Il montaggio di Clémence Diard asseconda un tempo sospeso, fatto di attese e micro-spostamenti. Non cerca l’accelerazione narrativa, ma l’accumulo sensibile: ciò che conta non è “cosa succede”, ma come Nino inizia lentamente a sentire ciò che gli è successo.
La malattia, in questa prospettiva, non è trattata come tema sociale o come dispositivo lacrimevole.
È un evento che modifica il rapporto con il corpo, con il futuro, con il desiderio. La richiesta di preservare la fertilità, per esempio, introduce nel film una questione potentissima: il futuro biologico di un ragazzo che, fino a poche ore prima, non sembrava nemmeno pienamente abitare il proprio presente. La possibilità di diventare padre, o semplicemente di continuare a pensarsi nel tempo, irrompe quando la vita viene minacciata. Loquès coglie bene questa contraddizione: la diagnosi non interrompe solo la salute, interrompe l’immaginario.
Il film parla anche del bisogno di essere accompagnati.
Non in senso retorico, ma quasi letterale. Trovare qualcuno che vada con Nino alla chemio significa ammettere di non poter sostenere tutto da soli. È qui che Nino diventa un film sulla relazione: sulla difficoltà di chiedere aiuto, sulla vergogna di mostrarsi vulnerabili, sulla paura che la propria sofferenza diventi un peso per gli altri. La regista non forza mai il discorso, non trasforma il protagonista in simbolo. Lo lascia muoversi, inciampare, cambiare temperatura emotiva. E proprio questa fiducia nel personaggio consente al film di evitare la tesi esplicita.
Certo, Nino è un’opera prima e, come molte opere prime, a tratti sembra innamorarsi della propria misura. Alcuni incontri hanno una funzione più evidente di altri, alcune traiettorie emotive restano volutamente sospese e potrebbero apparire rarefatte a chi cerca una progressione drammatica più netta. Ma questa apparente fragilità coincide anche con la natura del film. Loquès non racconta una guarigione, né una trasformazione compiuta. Racconta l’inizio di una consapevolezza, il momento in cui un giovane uomo smette di galleggiare e, senza sapere ancora come salvarsi, comincia almeno a sentire il bisogno di vivere.
Nino convince perché trova un equilibrio raro tra pudore e intensità.
È un film piccolo solo in apparenza, costruito su dettagli minimi ma attraversato da domande enormi: che cosa resta di noi quando il corpo ci tradisce? A chi possiamo consegnare la nostra paura? Come si continua a desiderare il futuro quando il presente si riempie di referti, appuntamenti, procedure? Pauline Loquès risponde senza proclami, con un cinema sensibile, controllato, profondamente umano. E in Théodore Pellerin trova un interprete capace di trasformare il silenzio in racconto. Il risultato è un esordio maturo, commovente senza essere manipolatorio, che guarda la malattia non come fine del mondo, ma come soglia: dolorosa, incerta, eppure ancora abitabile.
Roberta Rutigliano

