16.09.2025 – Un’ibridazione del muto che si serve quasi esclusivamente della musica come forma dialogica ma non riesce a sanare le evanescenze strutturali
Voto: ★1/2
Talvolta l’immagine tenta di colmare il racconto nella vana illusione di conferire ampiezza all’esiguità di una scrittura che resta involuta, ripiegata sul cliché. Il risultato è una inevitabile percezione di deja vu dilatato. Un loop interminabile da cui lo spettatore non riesce a venir fuori neppure se pungolato da impulsi musicali di valenza conversazionale.
Questo è l’input percettivo che accompagna l’intera visione di Motor City, ultima fatica cinematografica di Potsy Ponciroli (Greedy People, Old Henry), in concorso a Venezia 82. Il film degrada progressivamente invece di risollevarsi spegnendo ogni residua, flebile, attesa narrativa.
L’intreccio, sfilacciato sin da subito, è collocato in una Detroit anni ‘70, centrata a livello fotografico, e segue l’ovvia triangolazione amorosa tra il protagonista John (interpretato da Alan Ritchson) reduce del Vietnam appena rilasciato dal carcere, Sophia (Shailene Woodley) cameriera di un night ed il losco narcotrafficante Reinolds (impersonato da Ben Forster). Nello spazio di circa un’ora e mezza si assiste a tutto ciò che ci si potrebbe attendere da un action scolastico, senza che alcuna trovata desti meraviglia: tradimenti, arresti, spedizioni punitive, ritorni sulla scena e vendette. Tanta cinesi però non sconvolge nè appassiona, a restare è solo la musica, avvolgente e centrata, almeno lei!
Il passo grammaticale del film segue le orme dell’omaggio all’exploitation restituendo una visione che pare senz’anima e che si limita a riecheggiare atmosfere e mise en scene di numerose pellicole, anche autoriali, senza replicarne la pluralità di livelli. Si pensi ad Eastern Promises di Cronemberg, o all’estetica alla David O’ Russell. Un’operazione che purtroppo non convince nonostante l’interessante espediente di ibridare il formato muto falcidiando il parlato rendendo dialogiche le onomatopee e soprattutto la coinvolgente soundtrack seventies.
Anche il montaggio, che alterna frenetici campi e contro campi con prolungati e smielati primi piani non attrae, un po’ come se il film volesse assommare tutti i generi, compreso il feulleiton, senza però svilupparne alcuno credibilmente. L’entertainment purtroppo scema quanto più ci si avvicina all’acme complici una serie di turning points assolutamente sterili rispetto all’avvincimento dello spettatore. Neppure la senile nemesi finale, velata di patetico, riesce nell’intento.
Motor City, dunque, nonostante la cura estetica volutamente sopra le righe e kitsch in stile “Studio 54” è un film che non coinvolge fino in fondo e lascia costantemente fuori l’osservatore, come se la sospensione dell’incredulità in questo caso non operasse. L’eccesso visivo di cui si nutre, da fumettone iperbolico stile Sin City sommerge qualsiasi contenuto che non corre alla stessa velocità dell’immagine producendo un perfetto autosabotaggio.
Peccato davvero!
https://www.labiennale.org/it/cinema/2025
Simon

