21.04.2026 – Adattare Lo straniero di Albert Camus significa confrontarsi con uno dei testi più enigmatici e radicali del Novecento. François Ozon raccoglie la sfida con rigore e un sorprendente equilibrio tra rispetto del romanzo e apertura verso il presente. L’Étranger, presentato in Concorso a Venezia 82, non è solo un esercizio di fedeltà letteraria, ma un film che interroga la memoria coloniale e il senso dell’estraneità con un linguaggio visivo austero e magnetico.

Al centro, il Meursault interpretato da Benjamin Voisin, figura di impassibilità e abisso. L’attore scolpisce un personaggio che vive in superficie, privo di menzogne come di emozioni esplicite, ma circondato da un’aura costante di angoscia. La sua performance è fatta di sottrazioni: un corpo che cammina, uno sguardo che riflette la luce bianca di Algeri senza mai cedere a un fremito emotivo. Accanto a lui, Rebecca Marder offre a Marie una vitalità nuova, un calore che contrasta la freddezza del protagonista e rende ancora più evidente la distanza incolmabile tra i due mondi.

La regia di Ozon guarda a Robert Bresson: inquadrature statiche, montaggio essenziale, attori diretti con asciuttezza quasi ascetica. La fotografia in bianco e nero di Manu Dacosse amplifica la dimensione metafisica: il sole bruciante, la spiaggia come scena del delitto, le ombre nette di un’Algeria coloniale che diventa allo stesso tempo reale e simbolica. Ogni scelta estetica aderisce all’essenza del romanzo, trasportandola però nel cuore delle urgenze contemporanee.

Ed è qui che il film si distingue: Ozon non cancella il rimosso coloniale. Al contrario, lo mette in primo piano con materiali d’archivio, con il volto e il nome della vittima araba che Camus lasciava anonima, con la voce della sorella Djemila. Il risultato è un’opera che non solo riflette l’assurdo e l’indifferenza, ma interroga il peso della memoria e della giustizia.

La colonna sonora di Fatima Al Qadiri, rarefatta e inquieta, accompagna il ritmo lento e ipnotico del racconto fino all’uso finale di Killing an Arab dei The Cure: un ponte tra l’eredità letteraria e la cultura popolare, tra la pagina e l’immaginario collettivo.

L’Étranger non è un film che cerca il consenso facile. È rigoroso, distante, volutamente spiazzante, proprio come il suo protagonista. Forse non scuote lo spettatore con l’immediatezza emotiva di altri film di Ozon, ma ne lascia addosso la vertigine dell’assurdo e la memoria di un cinema che osa confrontarsi con l’intoccabile.

Roberta Rutigliano