27.03.2026 – Raccolti nel Teatro Petruzzelli di Bari, in un viaggio a ritroso nel tempo, a seguito della proiezione del film di Sergio Rubini “La Stazione” (1990), Angela Prudenzi , nel corso del Bari International Film/Tv Festival 2026, intervista Domenico Procacci (produttore) e Margherita Buy (protagonista). Sergio Rubini non c’è, non sta bene, si rimetterà presto.
«La Stazione» è quella di San Nicola di Vaglio, nel cuore di una piovosa notte – il prorompente esordio alla regia di Sergio Rubini del 1990, che ha girato tantissimo anche nei teatri.
Un film forte del grande apporto autobiografico di Sergio, che di stazioni ne sapeva tanto grazie al padre capostazione Alberto Rubini, artista amatoriale (forse) eclettico e vivace (sicuramente).
Un film che cambia la vita
Margherita Buy, l’eterea Flavia del film, e Domenico Procacci, che con quella pellicola firmava una delle sue prime, scommesse produttive vincenti.
Tra i ricordi delle riprese, della consumata storia d’amore tra Sergio Rubini e Margherita Buy, e il coraggio di un’opera prima con una fortissima autenticità, l’emozione è tangibile.
Quel film non è stato solo un lavoro, ma un bivio esistenziale. «È stato un cammino veramente lungo», confessa l’attrice «ma questo film, più di ogni altro, posso dire che mi ha cambiato la vita. L’ho detto più volte e lo confermo: per me è stato importantissimo».
Quando le viene chiesto se, durante le riprese, immaginassero un simile destino per quella piccola storia di provincia, la Buy scuote il capo con un sorriso timido: «Oddio, era difficile prevederlo. All’epoca ero molto ispirata da Sergio [Rubini], mi piaceva il suo mondo, ma forse non ero del tutto consapevole di ciò che avrebbe significato per il mio futuro. Andavo avanti e facevo quello che sentivo».
Eppure, quello che era partito come un “piccolo” film ha saputo infrangere i confini nazionali, arrivando persino a New York. «Ricordo ancora quella giornata a New York», racconta Margherita, «c’era una distribuzione americana, un giro incredibile. Era strano e bellissimo vedere quel nostro microcosmo pugliese proiettato nel cuore del mondo».
L’equilibrio perfetto tra noir e commedia
Il dibattito si sposta sulla forza intrinseca dell’opera. La Stazione non è solo una commedia sentimentale; è un nucleo di cinema d’autore che sa parlare al pubblico. C’è la fotografia di una società, il contrasto tra l’uomo umile, dagli occhi scuri e profondi che studia da autodidatta il tedesco, sognando altri mondi (il capostazione Domenico) — e Flavia, la donna di classe dai tratti nordici che conosce il tedesco, in fuga da un mondo borghese, violento e frivolo.
Impossibile non ricordare il terzo vertice di quel triangolo perfetto: il compianto Ennio Fantastichini. Procacci e Buy ne ricordano la morale ferrea e l’interpretazione magistrale nel ruolo di un uomo “arrampicatore”, quasi noir nella sua irruenza, contrapposto alla “giustizia” incarnata dal personaggio di Rubini. Un’alchimia che valse alla Buy il suo primo David di Donatello come Miglior Attrice Protagonista.
Il cinema di ieri e la sfida di domani
Domenico Procacci, oggi produttore di fama internazionale, riflette su quanto sia cambiato il terreno di gioco. All’epoca, La Stazione fu un esempio di produzione indipendente capace di “bucare lo schermo” e arrivare a Venezia con il favore della critica.
Oggi, in un panorama dominato dalle piattaforme, il discorso è diverso.
Margherita Buy sottolinea la necessità di ritrovare quella “luce” e quel coraggio delle origini, sollevarsi dall’appiattimento : «Bisogna scrivere, investire, non lasciarsi invadere solo dal consumo avido delle serie televisive. Occorre illuminare e lasciar parlare le voci nuove, le visioni originali».
L’incontro si chiude con una sensazione di calda nostalgia, ma anche di speranza. Perché, come dimostra la visione de La Stazione, ci sono treni che passano una volta sola, ma ci sono film che, una volta visti, restano per sempre fermi nella nostra memoria, come un capostazione che non dorme mai, pronto ad accogliere chiunque cerchi rifugio dalla pioggia della vita.
Lucia Chianura

