1.09.2025 – Baumbach porta in concorso un metaClooney divo e smarrito, tra simulacri di realtà e fallimenti privati: cinema godibile ma meno incisivo del solito.
Voto: ★★★
Una vita vissuta soltanto per lo schermo e nello schermo crea memorie collettive e popolari, si autoalimenta attraverso flash e tabloid, ma svuota l’essenza dell’esperienza umana del suo protagonista.
E’ questo quello che Noah Baumbach sembra dirci nel suo ultimo lavoro presentato come film d’apertura in concorso alla 82a edizione del festival del cinema di Venezia. La macchina da presa segue la matura e forse anche tardiva insofferenza al successo di un grande e riconosciuto divo hollywoodiano, interpretato da George Clooney, nei panni di un metaClooney gigione e compiaciuto che d’improvviso mette in discussione la sua esistenza e decide di rinunciare all’allure della vita rappresentata per recuperare un barlume di vissuto. Un atipico road movie alla Alexander Payne. Più che un viaggio, è una resa dei conti interiore che psicanalizza il fallimento dei rapporti imprescindibili: prima quelli parentali, poi, più in generale, quelli con la verità di un quotidiano che solo l’anonimato consente di percepire.
In questo viaggio irruente e emozionale Kelly riprodurrà un simulacro di realtà restando sempre un po’ a distanza dalla dimensione esperienziale del vero puro poiché questa sarà mediata dal suo status di divo di prima grandezza. Così il suo sarà Il vagare privilegiato di un flaneur che osserva solo più da vicino le peculiarità della vita vera senza mai poterla davvero lambire. Prova ne è il codazzo di assistenti che come segugi marcano il suo passo e determinano il suo apparente, anarchico ed avventato, agire “antishowbiz” fra i quali emergono i ruoli del manager interpretato da un Adam Sandler decisamente incisivo lontano dal registro comico e di una Laura Dern non valorizzata, anche a livello di scrittura.
Il film funziona, intrattiene, comunica esattamente ciò che si riprometteva di fare e tecnicamente non manca dei suoi fondamentali. Probabilmente Baumbach genera attese che giocano contro un prodotto che se realizzato da chiunque altro sarebbe stato più che sufficiente. Il suo, di norma, è un cinema capace di scavare a fondo nella psiche dei suoi protagonisti e di donare allo schermo tutta la complessità delle diverse facce di ogni individuo (basti pensare a “Storia di un matrimonio”).
In questo caso, invece, la tensione introspettiva sembra arrestarsi in nome di una accessibilità tipica della filmografia mainstream ma a cui il regista non è uso.
Il film sviluppa certamente interessanti riflessioni sulla necessità di ritrovare l’essere anche quando questo crea uno iato con l’apparire ma rischia di sembrare non del tutto credibile quando sceglie di farlo incarnare da uno dei divi più glamour e mondani del nostro presente che appare qui in una vena quasi autoassolutoria e vittimistica che forse non può fare davvero a meno della futilità che in apparenza contesta (iconico in questo senso il blocco di scene memorabili di suoi film al momento del premio alla carriera).
Jay Kelly, insomma, va visto ma come opera in sé e per sé senza inscriverla nella ben più complessa filmografia di Baumbach. Un film ricco di momenti cinematograficamente riusciti che realizza, forse per scelta programmatica, un Baumbach ad usum delphini, spogliato di ogni intellettualismo, in funzione della fruizione generalista tipica dei prodotti di piattaforma.
https://www.labiennale.org/it/cinema/2025
Simon


