13.09.2025 – Un racconto intimo e al contempo sociale che, attraverso gli occhi di Shafi e Somira, parla di infanzia tradita e disgregazione con impeccabile realismo di cifra

Voto: ★★★1/2

Alcuni viaggi sono più necessari di altri, non conoscono il limite del possibile ma rispondono esclusivamente al richiamo esistenziale e incomprimibile delle radici e della terra intesa come ritorno alle origini di sé e della propria storia. È questo che traluce nei riflessi sulla flora selvaggia, incontaminata e matrigna, che accompagna l’accidentato percorso verso casa dei due piccoli e straordinari protagonisti di Hara Watan del regista giapponese Akio Fujimoto.

Il film, presentato nella sezione Orizzonti a Venezia 82 e premiato con il gran premio della giuria, prosegue l’indagine del regista sulle identità lacerate dal distacco territoriale iniziata con i precedenti Passage of life ed Along the sea. In quest’opera però il suo guardare si fa ancora più intimo e circospetto, quasi impercettibile, e getta doverosa luce sulla difficile condizione dei Rohingya, minoranza etnica musulmana originaria dello Stato di Rakhine in Myanmar lungamente perseguitata.

Lo sguardo, però, è quello incredibilmente caparbio e consapevole di due fratelli di 4 e 9 anni che decidono di abbandonare il campo profughi dove vivono in Bangladesh per raggiungere la Malesia e ricongiungersi con la propria famiglia. Il loro peregrinare incontrerà insidie d’ogni natura in un percorso inverso a quello descritto dall’Io capitano di Garrone anche a livello visivo.

Harà WatanFujimoto semplifica ogni artificiosità scenica in favore di una fotografia scabra e perciò meravigliosamente reale, quasi documentaria, che sottrae ed asciuga il superfluo. Al pari la scrittura rinuncia al virtuosismo stilistico per raffigurare la  nudità insostenibile di un viaggio inaccettabile e per converso la straordinaria tempra adulta dei giovanissimi protagonisti.

Il loro percorso vedrà apparire e dissolversi un variegato campionario di umanità che con sobria e discreta efficacia raffigurano le possibilità umane, nel bene e nel male, senza forzature o pietismi. Ogni inciampo nell’incedere, doloroso o tragico che sia, è tracciato rifuggendo la sensazione iperbolica o il sentimentalismo, in aperta dissonanza da analoghe raffigurazioni filmiche d’infanzia tradita, penso per esempio a Cafarnao.

L’iride struggente e dolcissima del piccolo protagonista nasconde il senso del film e lascia intravedere il grande Mango della sua casa malese, simbolo della sua Itaca personale. Hara Watan assomma, dunque, alla storia intima di una disgregazione familiare la riflessione sociale sull’inaccettabile discriminazione politica del gruppo Rohingya ed ha nella misura la sua forza espressiva e contenutistica. Un pugno allo stomaco ben assestato accentuato dall’estremo realismo della messa in scena che nulla concede alla fictio di formato e restituisce un opera di innegabile pregio cinematografico che riecheggia nella mente dello spettatore per giorni e giorni.

https://www.labiennale.org/it/cinema/2025

Simon