25.09.2025 – Ci sono volti che fanno il cinema, ci sono personaggi che non conoscono repliche, ci sono film che nascono storia. Claudia Cardinale è stata una delle pochissime protagoniste indiscusse di questo cinema irripetibile, fatto di maestosa semplicità ed arte purissima. Musa dei maestri ed interprete di alcuni dei più grandi capolavori che la nostra cinematografia abbia mai conosciuto.

Claudia Cardinale ha incontrato gli autori al loro acme (penso al Ferreri de L’udienza, al Monicelli de I Soliti ignoti, al Comencini de La Ragazza di Bube) acuendo il fulgore dei capolavori più luminosi.

Non c’è discorso sul cinema italiano che non parta da Angelica, splendida raffigurazione plastica di tutto l’universo viscontiano (che la scelse più volte) e mirabile traduzione immaginifica dell’immortale affresco storico e sociale di Tomasi di Lampedusa. Ma è anche Claudia, come se stessa, magnifica ossessione di un regista in crisi (Marcello Mastroianni) nel sommo capolavoro di Fellini che ha dato forma seduttiva al metacinema in un turbine d’arte e di visioni anarchiche e deliziosamente spericolate.

È  un contrappunto dell’umano rispetto alla spietata asprezza del vecchio West muscolare di Leone. Diviene poi archetipo d’emotività terrena  che contrasta la selvaggia brutalità della natura nel Fitzcarraldo di Herzog.

Si potrebbe proseguire all’infinito accarezzando le immagini della nostra memoria cinefila che connettono la figura di Claudia Cardinale alle storie più grandi. Una diva che ha reso charmant la discrezione, affascinante e distintiva la rauca modulazione vocale. La sua immagine è, dunque, in sé stessa il cinema italiano ed in quanto tale evocazione perpetua di un sogno di celluloide che non è destinato a passare né attraverso le mode né attraverso il tempo.

Simon