4.09.2025 – Lanthimos ritorna alla fantascienza dopo The Lobster con un’opera che depotenzia l’intensità del mostrato e riduce la dirompenza straniante

Voto: ★★

Bugonia, presentato in concorso a Venezia 82, è una delle opere più attese e  discusse e di questo festival. D’altro canto Lanthimos è un cineasta che non conosce indifferenza, che chiama lo spettatore a prendere posizione, spesso nettissima, generando in egual maniera ammirazione e distanza.

Se con gli ultimi lavori, ad eccezione di Kind of kindness, il regista ha dimostrato coerenza narrativa e programmatica, non contraddicendo se stesso e la propria cifra nonostante le spinte normalizzatrici insite nella grandi produzioni internazionali, con Bugonia appare un po’ spaesato e frenato, complice una scrittura poco approfondita che inietta spot evocativi senza mai giungere al nucleo delle riflessioni portanti.

La magniloquenza del progetto si evidenzia sin dal titolo che richiama le Georgiche virgiliane e il mito della Bugonia che vede le api sorgere dal ventre di un bue ad indicare metaforicamente la possibilità di rinascita insita nella putrefazione stessa.

L’antico simbolismo si riflette concretamente nella vicenda rappresentata: il film segue le paranoiche e criminali intenzioni di Teddy, un apicultore con tutta probabilità incel, autosottopostosi a castrazione chimica, che decide di assecondare le sue maniacali ossessioni rapendo Michelle, una CEO di una casa farmaceutica (interpretata da una Emma Stone sempre credibile ed ormai attrice feticcio del regista), a suo dire esponente androidiana di un gruppo alieno, per eliminarla e salvare il mondo dalla conquista e dalla distruzione.

Da questo punto in poi il film dovrebbe assumere la piega robustamente grottesca che ogni spettatore si attende dal regista di Kynodontas, nella realtà però si assiste ad una lunga schermaglia psicologica tra vittima e carnefice che, per quanto solidamente ancorata ad una ricca e risalente tradizione cinematografica, o forse proprio per questo, non coglie nel segno. Tutto appare surrealmente prevedibile come parte ovvia di una raffigurazione attesa, una sorta di calcolata inquietudine che non spiazza e non sconvolge come si vorrebbe.

La visione scivola in un estremo di maniera che richiama alla mente intuizioni narrative sci-fi di limitato impatto alla The lobster. Il punto non è la credibilità dell’intero impianto filmico che regge e non è essenziale, tenuto conto che in Lanthimos è necessario sospendere ogni criterio razionale per vivere a pieno lo straniamento che l’immagine comunica, ma piuttosto che il grottesco non scalfisce, non disorienta e non perturba.

La visione magnificamente kubrickiana del suo cinema non coltiva in quest’opera il vero sconcerto che giunge solo alla fine con una evocativa rappresentazione statica di terribile, macabra e grandissima bellezza; questa sì, di notevole impatto visivo, rammenta allo spettatore le vette destabilizzanti di The Killing of a Sacred Deer.

Tuttavia si giunge all’acme tardivamente quando purtroppo molto di ciò che è incredibilmente accaduto non ha trafitto l’animo e l’occhio dello spettatore. Certamente Lanthimos inserisce diversi sottotesti che con intenzione mirabile cercano di raccontare a suo modo alcune derive della società dell’oggi (penso all’ossessione per il complotto, alla condizione del maschio cisgender escluso forzatamente dalle interazioni con l’altro sesso).

Il suo j’accuse, tuttavia, pare essere un po’ flebile e soprattutto poco dirompente. Bugonia è dunque un film che immola la stratificazione in nome della tecnica in un’opera che seppure impeccabile registicamente manca un po’ di impatto e priva chi guarda dell’emozione purissima dell’inconsueto che si riduce ad iperbole ordinaria smorzata rispetto alle ambizioni del film.

https://www.labiennale.org/it/cinema/2025

Simon