29.03.2026 – Tra i film storici proiettati al Bif&st 2026, nella sezione Incontri di Cinema, Il Maratoneta è sicuramente tra questi, un film unico e imperdibile. Tra gli attori diventati celebri col tempo ricordiamo Dustin Hoffman.
Nel panorama dei thriller anni Settanta, Il maratoneta (Marathon Man, 1976) rappresenta un film capace di fondere tensione psicologica e riflessione storica. Diretto da John Schlesinger e tratto dal romanzo di William Goldman, il film narra la storia di Thomas “Babe” Levy, studente universitario e corridore amatoriale, la cui esistenza viene improvvisamente travolta da un intrigo internazionale. Non è solo un semplice dramma personale quello che segna la vita del protagonista ma un vero e proprio incubo con tanto di spionaggio, violenza e segreti sepolti nella storia recente. Babe non è un eroe tradizionale: è un uomo comune, impreparato, costretto a confrontarsi con una realtà che lo supera.
Le interpretazioni dei personaggi sono fondamentali: se da un lato Dustin Hoffman incarna un protagonista fragile, emotivamente esposto, lontano dagli stereotipi dell’eroe d’azione, dall’altro Laurence Olivier offre una performance glaciale e disturbante: un antagonista tanto elegante quanto spietato. Diverse le scene memorabili del film, ma in particolare, quelle che si concentrano sulla tortura del povero Babe non puntano solo sullo shock visivo quanto su una tensione psicologica quasi insostenibile.
Schlesinger sceglie una regia priva di eccessi, che amplifica il senso di inquietudine. Il ritmo è calibrato, a tratti lento, ma funzionale alla costruzione di un’atmosfera opprimente. Non è un thriller d’azione nel senso moderno del termine: qui la suspense nasce dall’attesa, dal dubbio, dalla costante sensazione che qualcosa di terribile stia per accadere.
Potremmo definire il film un classico del thriller psicologico che, ancora oggi, riesce a parlare con sorprendente attualità.
Tra gli aspetti più interessanti ritroviamo il modo in cui il regista intreccia il presente con il passato, permettendo così allo spettatore di avere un’idea chiara del tempo e della trama. La memoria del nazismo non è assolutamente marginale, anzi, riaffiora in modo inquietante, dimostrando come certi orrori non siano mai del tutto scomparsi. Un ruolo fondamentale è giocato dal concetto di fiducia: in un mondo segnato da intrighi e doppi giochi, distinguere tra alleati e nemici diventa impossibile.
Il finale può apparire meno incisivo rispetto alla tensione accumulata, tuttavia la forza complessiva del film non è compromessa.
Il maratoneta rimane un film che lavora sotto la superficie, capace di lasciare nello spettatore un senso di inquietudine persistente. Più che raccontare una storia, costruisce un’esperienza emotiva, in cui la paura non è solo una reazione, ma una condizione continua.
Fabia Tonazzi
