9.06.2026 – Dal Biografilm 2026 – Concorso Internazionale – A Simple Soldier di Artem Ryzhykov e Juan Camilo Cruz.
Nelle prime sequenze di A Simple Soldier, la guerra non arriva come esplosione spettacolare, ma come spostamento dello sguardo. L’immagine dall’alto restituisce una geografia ferita, poi il film restringe progressivamente il campo: non più la guerra come evento storico da osservare a distanza, ma come condizione che costringe un uomo a decidere dove mettere il corpo, che cosa fare della propria paura, quale posto assegnare alla macchina da presa. È qui che il documentario di Artem Ryzhykov e Juan Camilo Cruz trova il suo punto più forte: non nel raccontare semplicemente un cineasta diventato soldato, ma nel trasformare la guerra in un’esperienza di sguardo, dove filmare non significa più stare fuori dall’inquadratura.
Il soldato e il cineasta
Presentato in anteprima mondiale allo Sheffield DocFest nel 2025 e poi passato, tra gli altri, da Toronto, Odesa, DOK Leipzig, TIDF e Biografilm, A Simple Soldier segue l’esperienza di Artem Ryzhykov, filmmaker e direttore della fotografia ucraino che, dopo l’invasione russa del 24 febbraio 2022, si arruola nelle forze di difesa territoriale. Il titolo lavora su una sottrazione: non un eroe, non un martire, non un personaggio costruito per incarnare un destino collettivo, ma un “semplice soldato”. La semplicità, però, è solo apparente. Ryzhykov non smette di essere autore quando prende in mano un’arma e non smette di essere soldato quando continua a filmare. È in questa coabitazione instabile tra camera e fucile che il documentario costruisce la propria tensione.
La responsabilità dell’immagine
La tesi del film è che la guerra non produca soltanto distruzione visibile, ma una trasformazione progressiva della percezione. Ryzhykov entra nel conflitto con gli strumenti del cinema: osservare, registrare, trattenere. Ma il dispositivo documentario, qui, non può più fingere neutralità. Ogni immagine nasce da una prossimità estrema: ai corpi dei commilitoni, agli spazi del fronte, alle telefonate con la moglie Iryna, agli intervalli in cui la paura non viene dichiarata ma resta depositata nei gesti. Il film non chiede allo spettatore di ammirare il coraggio del protagonista, gli chiede, piuttosto, di misurare il prezzo di una scelta che contamina ogni cosa, compreso il modo di guardare.
Sul piano formale, A Simple Soldier funziona quando evita l’enfasi e lavora sulla frizione tra immediatezza e composizione. Le immagini girate da Ryzhykov, insieme a Ruslan Girin, hanno spesso la grana del materiale raccolto in urgenza: instabili, parziali, attraversate dalla precarietà del momento. Ma non sono mai immagini casuali. Anche quando il quadro sembra catturato al volo, il film interroga la posizione di chi riprende: quanto ci si può avvicinare al dolore altrui? Quando la testimonianza diventa esposizione? Che cosa resta fuori campo perché troppo intimo, troppo pericoloso, troppo irriducibile alla forma? È in questi punti che il documentario smette di essere soltanto diario di guerra e diventa riflessione sullo statuto morale dell’immagine.
Iryna, il controcampo della guerra
Uno dei nuclei più efficaci è nella dialettica tra fronte e casa. Le conversazioni con Iryna, collocate dal montaggio come ritorni intermittenti dentro il flusso militare, non funzionano come parentesi sentimentali ma come controcampo morale. Dopo le immagini di addestramento, attesa o movimento insieme ai compagni, la voce domestica introduce un’altra temporalità: quella di chi resta, di chi aspetta, di chi assiste alla trasformazione dell’altro senza poterla governare. La guerra entra nella coppia come un terzo elemento: invisibile, costante, impossibile da espellere. In questo passaggio il film evita la retorica del soldato isolato e mostra che l’arruolamento non riguarda mai un solo corpo.
La durata del logoramento
Il montaggio di Jesper Osmund e Inés Boffi è decisivo perché impedisce al materiale di restare puro accumulo. Il film alterna la dimensione collettiva del fronte e quella intima del legame coniugale, costruendo un movimento non lineare ma emotivamente riconoscibile. Un volto trattenuto nel silenzio, una pausa dopo il pericolo, un gesto pratico tra commilitoni contano più di molte spiegazioni. La guerra non viene raccontata attraverso la progressione dell’azione, ma attraverso il logoramento della percezione: il tempo si dilata, la paura si normalizza, la quotidianità assume forme provvisorie e fragili.
Quando il materiale eccede il racconto
Il film è meno convincente quando tende ad allargare simultaneamente troppe linee: il diario personale, la cronaca militare, il ritratto dei compagni, la riflessione politica, la storia d’amore. In alcuni passaggi la densità del materiale rischia di comprimere la progressione emotiva, come se l’urgenza di conservare tutto impedisse al racconto di scegliere davvero. È il punto in cui A Simple Soldier mostra la propria fragilità: non nella forza delle immagini ma nella fatica di ordinarle senza attenuarne la natura traumatica. Il risultato resta intenso ma non sempre ugualmente calibrato.
Contro l’eroismo facile
La scelta più interessante di Ryzhykov e Cruz è comunque il rifiuto della retorica eroica. Il protagonista non viene costruito come figura esemplare e inattaccabile, ma come uomo attraversato dalla paura, dalla stanchezza, dal dubbio. Il suo corpo è al centro del film non come corpo glorioso, ma come corpo esposto: alla guerra, alla memoria, alla possibilità di non tornare uguale. Anche i compagni d’armi emergono più per prossimità che per caratterizzazione narrativa. Non servono profili psicologici compiuti: basta la concretezza di un’attesa condivisa, di una presenza accanto, di una dipendenza reciproca che nasce non da un’idea astratta di fratellanza, ma dalla necessità di sopravvivere.
Il suono e la musica, affidata a Úlfur Hansson, lavorano nella stessa direzione di contenimento. Il film non cerca la commozione per via musicale, non forza l’emozione con accumuli melodrammatici. Preferisce lasciare che siano i vuoti, le interruzioni e le pause a produrre disagio. Questa misura è uno dei suoi meriti: A Simple Soldier non spettacolarizza il fronte, lo restituisce come spazio di logoramento. La guerra non è solo ciò che esplode è ciò che consuma lentamente il linguaggio, l’immaginazione, la possibilità stessa di pensare un dopo.
Filmare per non cedere all’oblio
Per questo il film vale più come esperienza di sguardo che come racconto bellico in senso stretto. Non pretende di spiegare l’intera guerra in Ucraina, né di trasformare il proprio protagonista in emblema definitivo di una nazione ferita. Lavora, invece, su una domanda più circoscritta e più scomoda: che cosa accade al cinema quando chi filma è anche dentro il pericolo che documenta? La risposta non è teorica ma incarnata. Sta nel tremore di un’immagine, nella durata di un silenzio, nella tensione tra il bisogno di ricordare e l’impossibilità di dare ordine a tutto.
A Simple Soldier trova la sua forza proprio in questa zona instabile, dove la materia della guerra eccede spesso la forma, ma non la annulla. Ryzhykov e Cruz firmano un film che non cerca la grande Storia dall’alto: la rintraccia nel punto in cui un uomo continua a filmare mentre cambia, mentre combatte, mentre sopravvive. Non per trasformare il dolore in monumento, ma per trattenere qualcosa dell’umano prima che venga cancellato. Perché dimenticare sarebbe, forse, un’altra forma di resa.
Foto in copertina dal sito del Biografilm.
Roberta Rutigliano
