2.09.2025 – Con À pied d’œuvre Donzelli firma un’opera che restituisce dignità al tempo interiore
Voto: ★★★1/2
La regista Valerie Donzelli (La guerra è dichiarata, Il coraggio di Blanche) presenta in concorso a Venezia 82 la sua ultima fatica, À pied d’œuvre, un film asciutto e diretto sulla difficoltà di coltivare se stessi e il proprio patrimonio aspirazionale, specie quando la tensione interiore conduce al lavoro d’intelletto.
Il protagonista, Paul Marquet, è un affermato fotografo che, a quarant’anni, ex abrupto, decide di abbandonare la sua riconosciuta e redditizia attività per dedicarsi alla scrittura, sogno di una vita. Una scelta che incontra subito l’opposizione del suo microcosmo relazionale, a partire dalla famiglia d’origine, preoccupata per il suo sostentamento e per il lento scivolare nell’indigenza.
Il radicalismo di Paul, messo in scena da Donzelli senza sbavature né retoriche commiserazioni, racconta la difficoltà di essere se stessi in un mondo che rigidamente incasella l’individuo in base a quanto partecipi – o meno – alla macchina produttiva.
La febbre contemporanea per l’ipercinesi lavorativa e capitalistica, sembra dirci la regista, contravviene alle regole del buon senso individuale e dell’amore di sé, che porterebbero invece naturalmente a rallentare, ad ascoltare il proprio passo e le proprie reali necessità, senza soverchie induzioni. Così il protagonista eleva a sistema il precariato bagatellare, collezionando micro-esperienze che compongono le tessere della sua nuova esistenza antiborghese.
Una resistenza pacifica alle spinte sistemiche, tanto poderosa da mutarsi in patrimonio di verità, che troverà onoraria cittadinanza proprio nelle pagine di un libro destinato al successo.
À pied d’œuvre, però, allarga lo sguardo e, attraverso la trasposizione di una vicenda reale – quella del fotografo Franck Courtes – disvela la difficoltà odierna di chi vota la propria esistenza alle professioni d’arte e cultura, considerate laterali rispetto a un mondo bancabile ed economicamente apprezzabile, e dunque trascurabili se non apertamente dileggiabili.
Il film di Donzelli, certo, non modificherà lo stato delle cose, tuttavia apre una breccia sul malinteso valoriale che accompagna la nostra epoca e ricorda che il discrimen valutativo dell’individuo non può ridursi al suo controvalore monetario.
À pied d’œuvre è un film necessario, al pari del cinema sociale e di realtà di Loach e Leigh, perché restituisce consapevolezza del vero e accende nelle coscienze un bagliore d’essenzialità capace di orientare verso un futuro meno ripiegato su se stesso.
https://www.labiennale.org/it/cinema/2025
Simon

